Contro l’art. 18 (e con Renzi)

settembre 26, 2014


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Al direttore.

La battaglia per il superamento dell’art. 18 dello Satuto dei lavoratori è con ogni probabilità finita. E’ finita quando Renzi ha posto la questione in termini chiari: perché Renzi sa che, se non vince, perde, e che la marcia indietro su una questione su cui si è impegnato sarebbe per lui come il taglio della chioma per Sansone, il suo potere svanirebbe.

Se se ne scrive ancora (io ho cominciato nel 1997 con un ddl basato appunto sul principio, mutuato da Pietro Ichino, delle tutele crescenti) è, da un lato per fare chiarezza su temi che ancora intorbidano le acque, dall’altro per evitare che il diavolo, cacciato dalla finestra, rientri nei dettagli.

A confondere le acque non sono quanti si oppongono frontalmente, alla Cofferati per citare dal passato, ma i benaltristi, gli “apocalittici” per cui questo problema scompare rispetto ad altri più rilevanti, e gli “integrati” per cui deve scomparire perché in assoluto poco importante. Per i primi (ad esempio per Giorgio La Malfa sul Corriere), si deve innanzitutto chiarire che questa è una crisi da domanda, che quindi va affrontata con strumenti fiscali. Ma Mario Draghi a Jackson Hole fu chiarissimo: “No amount of fiscal or monetary accommodation […] can compensate for the necessary structural reforms”, soprattutto quelle sul mercato del lavoro, per consentire ai lavoratori di “redeploy quickly to new job opportunities” e per ridurre le “employment adjustment rigidities and especially labour market dualities”. Gli interventi fiscali normali Draghi li ha esauriti, su quelli non convenzionali la Merkel deve fare attenzione a AfD e a Karlsruhe, quelli strutturali balzano in primo piano comunque. Renzi, se non fa qualche riforma, in Europa non si può più neppur presentare: e quale altra riforma è chiara e visibile come quella dell’art. 18? In fondo, penseranno oltralpe, deve solo vincere le resistenze di Bersani e Fassina.

I benaltristi “integrati” sostengono che non ne vale la pena, perché tra precari, impiegati in aziende sotto i 15 dipendenti, quelli a cui ha già pensato la Fornero, questa norma in pratica interessa poche persone. E, a riprova, citano il basso numero di casi di licenziamenti che finiscono davanti al giudice. Non si riflette che il numero delle cause intentate è inversamente proporzionale alla probabilità di vincerle: nessuno farebbe un processo sapendo con certezza che lo perderà. La semplice possibilità che il giudice ordini il reintegro anche in caso di giustificato motivo economico produce conseguenze rilevantissime, micro per gli individui, macro per l’economia. L’art. 18 è una sorta di assicurazione contro l’eventualità di “motivi economici” che potrebbero portare al licenziamento. Tutte le assicurazioni costano, e questa è un’assicurazione involontaria e obbligatoria, la pagano sia quelli che pensano che riusciranno a reimpiegarsi facilmente, sia quelli che disperano di riuscirci. Sia quelli che magari se si impegnassero, riuscirebbero a reimpiegarsi, ma per cui invece “va bene così”. Togliere l’art. 18 dal codice del lavoro significa togliere dal mercato del lavoro, e dalla nostra economia, il concetto di job property. Finché rimane, taglia in radice ogni iniziativa per rendere più rapido il processo di cui parla Draghi, quello per cui i lavoratori passano dalle aziende meno efficienti a quelle più efficienti.

Questa è la vera riforma, cambiare il modo con il quale si guarda alla propria vita lavorativa, creare l’incentivo ad accrescere il proprio capitale umano, a formare quello dei propri figli, consentire alla nostra struttura produttiva di adattarsi rapidamente al contesto esterno: sradicare il concetto della job property. Chiaro che bisogna prevedere una fase di transizione, in cui il mercato si adatti alle nuove norme, in cui diventino funzionanti i nuovi strumenti per il contratto di ricollocazione. Ma come lo si sradica, quel concetto, se si fa durare la transizione finché non siano andati in pensione coloro che attualmente hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato? Come lo si sradica se la tutela sopravviene dopo tre anni di lavoro, spostando così in avanti il sorgere di quella labour market duality di cui parla Draghi? La job property non è mai stata un diritto, è una conseguenza creata ma non esplicitamente voluta dal legislatore. Ogni riforma sposta interessi, produce discontinuità: se questo diventasse un principio generale, solo i nostri nipoti avrebbero un paese riformato. Per la stessa logica, è stato argutamente notato (Michele Ainis), la Costituzione del 1948 avrebbe dovuto riguardare solo i minorenni, il vecchio Statuto albertino restando in vigore per gli altri fino alla loro morte. E a quella del paese.

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Sullo stesso tema c’erano state, nell’ordine:
Un articolo del Sol24Ore che riporta una dichiarazione di mio fratello (rilasciata ai margini della lectio magistralis per la Rodolfo Debenedetti chair for Entrepreneurship).
Un editoriale del Foglio.
La precisazione di Carlo.

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