Compagni, state attenti

febbraio 18, 2005


Pubblicato In: Giornali, Panorama


Le ragioni portate dal centrosinistra contro la riforma non convincono

Con l’allargamento dell’Europa ad Est, si leggeva giorni fa sul Financial Times, saranno maggioranza i Paesi europei che avranno la flat tax, una sola aliquota impositiva: solo i Paesi che hanno combattuto il comunismo resteranno a difendere il principio marxista della progressività delle imposte. Tutte le sinistre dell’Europa continentale hanno un rapporto problematico con il fisco, e l’Italia non è un’eccezione: lo si è visto con la reazione al taglio delle imposte già effettuato da Berlusconi e a quello che ha annunciato per il 2006. Con ragioni che non convincono.

E’ troppo poco, una mancia, è la prima obbiezione. Giusta in sé, perché se l’obbiettivo è stimolare l’economia, allora i tagli devono essere credibili, energici, permanenti. Con Reagan e Bush (che però non hanno Maastricht) l’effetto è stato potente. Anche con la tranche 2006, quello di Berlusconi invece assomiglia – come scrive il Riformista – a un “coitus interruptus”.

La sinistra preferisce la castità: vedremo cosa ne diranno gli elettori.

Tagli alle tasse sì, ma solo dopo il taglio delle spese, è la seconda obbiezione. Impopolare, perché i tagli di spesa toccano i cittadini, e di più i meno abbienti, che li devono sopportare prima che arrivino i benefici indotti dal minor prelievo. E inefficace: bisogna “affamare la bestia” per contenere l’inarrestabile bulimia della pubblica amministrazione. Solo in stato di necessità si tagliano le spese: chiedere ad Amato e Ciampi per credere.

Pagare tutti per pagare meno, è la terza obbiezione, la vera riforma è la lotta all’evasione. Ma tagli fiscali e lotta all’evasione non sono due corna di un dilemma; al contrario, l’incentivo a evadere diminuisce abbassando le aliquote. Vanno perseguiti separatamente e attuati insieme. La lotta all’evasione, se ha successo, produce un aumento del prelievo, e si devono contrastare gli appetiti che nasceranno. E’ stato proprio durante una congiuntura positiva, dunque di previsioni di entrate crescenti, che il debito pubblico italiano arrivò nel 1987 a toccare il 92 per cento del Pil.

Ci sono buone ragioni per denunciare come incoerente e propagandistica la riforma di Berlusconi. Non sono però quelle dell’opposizione.

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