Come si risponde alla Fiat che va in Serbia

luglio 26, 2010


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di Pietro Ichino

I criteri che Marchionne segue nella dislocazione degli investimentisono gli stessi seguiti dalle altre multinazionali – urge che ci chiediamo che cosa impedisce all’Italia di attirare il meglio dell’imprenditoria mondiale e incominciare a curare il nostro “male oscuro” alla radice.

Prendersela con Marchionne non ha molto senso. Non è solo la Fiat ad “andare in Serbia”: dobbiamo chiederci perché anche le grandi multinazionali, quando devono decidere i loro nuovi insediamenti, oggi tendano per lo più a stare alla larga dal nostro Paese.

Quando chiede di poter trattare con “sindacati seri”, Marchionne intende dire che ha bisogno di poter negoziare con la certezza dell’effettività del contratto stipulato. Oggi il nostro sistema di relazioni industriali non la garantisce: lo dimostra in modo immediato la situazione di Pomigliano, dove lo sciopero dello straordinario proclamato dai Cobas fino al 2014 consente a qualsiasi dipendente, anche iscritto ai sindacati stipulanti, di disapplicare in qualsiasi momento una delle clausole-chiave dell’accordo per il nuovo piano industriale. A questo si aggiunge l’incertezza sulla applicabilità effettiva di tutte le clausole dell’accordo aziendale che derogano rispetto a clausole del contratto nazionale. Lo riconosce anche il sindaco di Torino Sergio Chiamparino nell’intervista sul Sole 24 Ore di ieri, quando dice che “il sindacato [ovvero: il nostro sistema delle relazioni industriali] deve garantire una maggiore affidabilità per accompagnare un grande progetto come quello di ‘Fabbrica Italia’. Perché senza affidabilità, senza certezze, è difficile attrarre investimenti” (sul punto, più in generale, rinvio al terzo e quarto capitolo del mio libro A che cosa serve il sindacato e al saggio Che cosa impedisce ai lavoratori di scegliersi l’imprenditore).
Non si difendono gli interessi dei lavoratori conservando un sistema di relazioni industriali mal congegnato, incapace di garantire l’effettività degli accordi sui piani industriali innovativi, permeabile alle prassi di conflittualità permanente. Se davvero vogliamo rafforzare la posizione dei lavoratori, pensiamo piuttosto a ridurre l’enorme e ingiusto carico fiscale che grava anche sulle retribuzioni più basse.
Alla vistosa incapacità dell’Italia di intercettare gli investimenti nel mercato globale dei capitali (in Europa solo la Grecia fa peggio di noi su questo terreno): contribuiscono, certo, il difetto di efficienza delle sue amministrazioni pubbliche, l’insufficienza delle sue infrastrutture e del suo sistema della formazione professionale, il costo troppo alto dei servizi alle imprese per difetto di concorrenza. Ma una delle cause principali di questa incapacità sono certamente anche l’inefficienza del sistema nazionale delle relazioni industriali e l’illeggibilità del suo diritto del lavoro.
Se oggi Marchionne si propone, con la “strategia della newco“ di far uscire lo stabilimento di Pomigliano dal sistema attuale fondato sul vecchio contratto nazionale dei metalmeccanici, non possiamo liquidare questa manovra come se si trattasse di un protervo disegno di “ritorno al vallettismo degli anni ‘50″: questa è soltanto la prova drammatica della inadeguatezza delle regole che governano oggi il nostro sistema delle relazioni industriali. Ma questo esito potrebbe essere evitato, se il sistema stesso sapesse dare il colpo di reni necessario per raggiungere in tempo utile un accordo interconfederale sulle nuove regole in materia di rappresentanza, contrattazione e clausola di tregua; oppure se, in via sussidiaria e provvisoria, le nuove regole fossero poste dal legislatore.
Per concludere, è urgente una iniziativa politica, amministrativa e culturale volta:
– in linea generale a porre il Paese nella condizione di poter attirare il meglio dell’imprenditoria mondiale, eliminando i fattori che oggi scoraggiano l’insediamento sul nostro territorio di imprese straniere d’avanguardia;
– a stimolare il sistema stesso delle relazioni industriali a darsi urgentemente le regole in materia di rappresentanza e di rapporti tra contrattazione collettiva nazionale e aziendale, nonché di efficacia delle clausole di tregua, indispensabili per garantire – con l’efficacia ed effettività della contrattazione sui piani industriali innovativi – l’apertura del tessuto produttivo nazionale all’innovazione di processo e di prodotto;
– se il sistema delle relazioni industriali non è in grado di darsi spontaneamente le regole necessarie in tempo utile, ad attivare un intervento del legislatore in via sussidiaria, con l’emanazione urgente di una disciplina semplice e snella, destinata fin dall’inizio a essere automaticamente sostituita dalla disciplina che le parti sociali riescano a produrre nel prossimo futuro sul piano contrattuale;
– a rendere più semplice, leggibile e traducibile in inglese la nostra legislazione del lavoro;
– ad attivare una negoziazione del Governo con la Fiat e con gli altri potenziali investitori stranieri su tutte le misure in materia di infrastrutture, di ricerca applicata, di formazione e riqualificazione professionale, di assistenza e sostegno ai processi di ristrutturazione industriale, idonee a incentivare la dislocazione in Italia degli insediamenti produttivi più avanzati sul piano tecnologico ed organizzativo;
– a ridurre drasticamente l’Irpef sui primi 1000 euro di retribuzione mensile: i 110 euro di prelievo che subiscono oggi le buste-paga di 1000 euro sono un vero scandalo.

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