Come Monti ha stravolto (in negativo) il rapporto tra élite e democrazia

febbraio 14, 2013


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di Paolo Cirino Pomicino

L’appassionato dibattito acceso sul bel libro di Franco Debenedetti (“Il peccato del professor Monti”) e di cui Il Foglio ha dato eco con un confronto a più voci non può che essere musica per le orecchie di un professionista della politica. E tanto per mettere subito i piedi nel piatto, con il termine “professionista della politica” indico una precisa “competenza” che non si esaurisce in una conoscenza tecnica e il cui cuore pulsante è la capacità di mettere in un progetto comune interessi diversi presenti nelle società moderne cogliendone le complementarietà e raccogliendo intorno a esso il più largo consenso popolare.

Su questo terreno condivido in pieno la classificazione di Rita Di Leo quando distingue le élite in quelle della politica progetto (la politica professionale), nelle élite di potenza (quelle aristocratiche del passato) e nelle élite economico-finanziarie del presente. Detto questo, ciò che sta avvenendo da alcuni anni in Italia è il continuo arretramento delle élite politico-professionali e di progetto, per stare alla distinzione della di Leo, e il lento e continuo prevalere delle élite economico-finanziarie che, con il loro intreccio con la grande stampa d’informazione, si sta trasformando ogni giorno di più in un nuovo potere politico, improprio sotto il profilo democratico. La sequenza di tecnici a Palazzo Chigi (Ciampi, Dini, Prodi, Monti) negli ultimi 20 anni dimostra per tabulas l’assunto di questa trasformazione ma più ancora lo dimostra il fatto che dal 1992 i ministri dell’Economia italiana sono stati tutti tecnici o presunti tali (Barucci, Dini, Ciampi, Tremonti I, II, III, Siniscalco, Padoa-Schioppa, Monti, Grilli) e i cui risultati, peraltro, sono sotto gli occhi di tutti. Intendiamoci, le “competenze” e le loro élite hanno sempre concorso al governo dei paesi, e quindi anche del nostro, perché interlocutori essenziali della politica, ma restavano sempre distinte in un ruolo “di opinione pubblica forte” capace cioè di condizionare o comunque di interferire con i governi e i parlamenti nei modi più diversi. Il governatore della banca d’Italia e le élite economico-finanziarie (Agnelli, Cuccia, Carlo De Benedetti tanto per fare qualche nome) erano interlocutori che incidevano
sulle élite politico-professionali del Parlamento e del governo italiani. I diversi ruoli giocati dalle varie élite con il loro reciproco dialogo hanno garantito, però, in Italia, ma anche nell’intero occidente, quella democrazia che abbiamo consolidato a partire dalla seconda metà del novecento ma le cui radici arrivano da molto lontano. E qui sorge il tema sollevato da Franco Debenedetti e discusso sul Foglio, quello, cioè, della democrazia e del ruolo delle élite. Stando sempre alla classificazione della di Leo, se le élite diventano esse stesse anche le élite del progetto e cioè quelle politico-professionali, l’effetto che ne deriverà sarà un’involuzione democratica rispetto ai modelli dell’intero occidente.
E mi spiego. L’anti professionista della politica Il professionista della politica, così come un partito, trova nella propria capacità di ricomporre in un progetto comune interessi diversi il cuore e la ratio della propria esistenza e del proprio ruolo che verranno meno se, nel tempo, quella sua capacità si esaurisce ed esaurendosi verrà eliminato da un voto popolare.
Questo avvenne per Churchill, per De Gasperi e per tantissimi altri statisti e leader politici. Le élite economico-finanziarie, al contrario, hanno, per quanto illuminate siano, il cuore e la mente nell’interesse proprio o delle loro cordate e difficilmente quel grappolo di interessi e di potere potrà farsi carico di un interesse generale come quello che richiede un paese intero.
Inoltre le élite economico-finanziarie sono inamovibili con il voto popolare e meno che meno con quello dei mercati e darebbero al popolo sovrano solo il passatempo di cambiare i tecnocrati. Ed è proprio qui la differenza democratica. Se il potere che governa un paese non può essere rinnovato con il voto popolare, quel modello tutt’è tranne che democratico. E la vicenda di Monti lo testimonia quasi in maniera scolastica. Monti, essendo il rappresentante di quelle élite finanziarie di stampo euro-americane, chiedendo la nomina di senatore a vita, ha preteso, prima di accettare la guida del governo, di essere sottratto al dovere che invece un professionista della politica sente come un dovere, quello cioè di ricercare il voto popolare.
Questa pretesa, né prima né dopo non fu mai esercitata né da Ciampi, né da Dini, né da Prodi perché essi erano stati scelti dalla politica che in quella stagione non aveva ancora abdicato al proprio ruolo com’è accaduto con il governo Monti che invece è stato imposto ai partiti e al Parlamento da un presidente della Repubblica terrorizzato dalle élite finanziarie. Nel dibattito sul Foglio, infatti, nessuno ha notato che con Monti la politica italiana è fuggita dal suo primario dovere, quello di governare, lasciando il paese nelle mani di apprendisti il cui risultato è stato solo ed esclusivamente il recupero di una credibilità internazionale del paese garantita da Monti dal fatto di essere egli espressione dell’élite economico-finanziarie che non si esauriscono nella Trilateral e nel club Bildeberg ma che, comunque, hanno in essi importanti punti di riferimento.
Per dirla in maniera brutale la maggioranza di Monti non sta in Italia ma altrove e la fuga della nostra politica dal governo Monti non ha precedenti nella storia dell’Europa democratica (Spagna e Grecia stanno tentando di uscire dalla crisi guidate dalla politica). Attenti, però, a non ritenere questo tema del rapporto tra élite e democrazia un tema solo italiano.
Nella storia dell’uomo, le élite hanno sempre inciso sul potere governativo sia che si trattasse di un sistema autoritario che di uno democratico. Ciò che di nuovo sta avvenendo sul piano internazionale è la mutazione genetica della finanza che è diventata un’industria a sé stante abbandonando il tradizionale ruolo di infrastruttura dell’economia reale. In questa sua mutazione ha assunto il profilo improprio di un potere sempre più forte anche per l’intreccio sempre più stretto con i media.
Ma come potrebbe manifestarsi questo che definisco il nuovo mostro autoritario visto che non ci sono più né balconi da cui affacciarsi né tantomeno il passo dell’oca? Nell’unica maniera possibile e cioè rendendo la democrazia sempre più un fatto formale, concentrando cioè tutto il potere nell’esecutivo sulla cui formazione e sulle cui scelte l’autoritarismo finanziario può più facilmente incidere. Perché questo avvenga, però, c’è bisogno che i parlamenti siano sempre più parlamenti politicamente sprovveduti, privi, cioè, di quel professionismo politico che dovrebbe essere la vera competenza di un Parlamento diventando così strumenti docili della volontà governativa. Paradossalmente chi vuole un governo delle competenze sta costruendo, come per l’appunto Monti, un parlamento degli “incompetenti” della politica.
Basta scorrere le liste per comprendere quale Parlamento l’Italia avrà, senza che questo suoni offesa per nessuno. Inoltre la rabbia che gonfia la vela dei grillini altro non farà che alimentare a sua volta quell’autoritarismo finanziario la cui espressione non potrà che essere la grande tecnocrazia da sempre struttura servente di ogni potere politico e che Monti personifica in maniera sobria e rassicurante.
Se la nostra analisi non è sbagliata, l’Italia rischia di essere il primo esperimento dell’occidente di questo modello autoritario basato sulla tecnocrazia anche se da anni già nelle istituzioni comunitarie c’erano i germogli di questa malapianta.
L’Italia è l’anello debole delle grandi democrazie europee perché è stato il paese che da 20 anni ha messo in soffitta le grandi culture politiche che, al contrario, ancora oggi esercitano il proprio ruolo negli altri paesi europei. La domanda che tutti abbiamo davanti allora è se il mondo deve essere guidato dal potere della democrazia rappresentativa o dalle grandi élite finanziarie e tecnocratiche. Se queste ultime dovessero prevalere sorgeranno nuove primavere democratiche alimentate dalle crescenti disuguaglianze che da qualche tempo stanno devastando le società occidentali e la loro coesione sociale e che sono sempre più figlie proprio di quelle élite finanziarie che vogliono portare al governo del mondo le proprie
assoldate e inadeguate tecnocrazie.

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