Chi metterà in pericolo l’euro, questo governo o la prossima campagna elettorale?

giugno 21, 2018


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Singolarità, nel campo dell’intelligenza artificiale, è il momento in cui quella delle macchine supera – o supererebbe – l’umana. Per analogia lo stesso termine potrebbe essere usato a proposito del nostro futuro politico: a indicare quando l’uscita dell’Italia dall’euro diventa –o diventasse – inevitabile. Come per la singolarità logica, anche per quella politica c’è chi pensa che non avverrà, e chi invece la ritiene inevitabile.

Per i primi i processi politici sono dominati dalla continuità. Giuseppe De Rita, ad esempio, nota che la volontà di cambiamento (contro i tecnici, le istituzioni europee, l’alta burocrazia) risulta più difficile da realizzare di quanto sembra, dando luogo a episodi di più o meno interessato trasformismo. Un conto è parlare ai propri sostenitori sulle piazze reali o virtuali, altro dover interloquire con governi e organizzazioni, in Europa e nel mondo, fare i conti con la resilienza delle istituzioni, con il reticolo degli interessi, con l’immenso corpaccione della pubblica amministrazione.
Però le promesse fatte bisognerà pure, almeno in parte, mantenerle. Il sentiero che fu di Padoan e che ora Tria conferma, potrebbe essere troppo stretto: per il 3% di deficit Renzi era intenzionato a batter i pugni, oggi non è tabù parlarne. Si sa, le reazioni europee, tra ammonimenti e procedure di infrazione, sono tarde a venire e a contenere lo spread potrebbero bastare buone intenzioni a Roma e comprensive parole da Bruxelles e Francoforte.
Se così fosse, questo governo finirebbe per apparire la riedizione di uno dei tanti, anche recenti, che abbiamo avuto. Con una cultura diversa certo, ma forse – perché escluderlo? – apportatrice di nuove sensibilità, nuove attenzioni, nuove soluzioni di politiche pubbliche. Certo, un governo costitutivamente statalista non invertirà l’andamento della nostra produttività, non attirerà investimenti. Ma non avrà troppo da temere dalle disperse e acefale forze dell’opposizione: albergano al loro interno in nuce molti degli stessi errori, gli si possono rimproverare tante occasioni mancate quando erano al governo, in tema di concorrenza, liberalizzazioni, soluzioni di problemi incancreniti. Di suo, in peggio, questo governo avrà giustizialismo e un atteggiamento disinibito verso le norme costituzionali: basterà a svegliare uno “spirito repubblicano”? Si prospetta una “infelice decrescita”: basterà a far sorgere una nuova sinistra e una nuova destra? Il “governo del cambiamento” in realtà è governo della conservazione: di rendite e privilegi grandi e piccoli, del welfare state così com’è, di una pubblica amministrazione che non funziona ma paga stipendi. In assenza di singolarità potrebbe durare a lungo, e arrivare a nominare il nuovo Presidente della Repubblica.

Ma la singolarità, per questa “maggioranza”, non è un rischio, è un obbiettivo dichiarato: liberarsi dell’euro, riappropriarsi della sovranità della rotativa, crescere svalutando. Inoltre c’è l’esigenza di Matteo Salvini di rovesciare al più presto i rapporti di forza con il M5S, far crescere il suo 17% contro il loro 33%. Attaccare e dissimulare è la sua strategia: attacca con Giuseppe Conte, e quando Mattarella lo ferma sul ruolo che la Costituzione assegna al Presidente del Consiglio, dissimula la ritirata facendogli assumere impeccabili impegni verbali. Attacca proponendo Paolo Savona al Tesoro: dissimula esibendo un Tria a 24 carati, ma facendo rientrare Savona in Consiglio dei Ministri in posizione strategica e con accresciuta autorevolezza. Spaventa i mercati con Borghi e Bagnai, e dissimula la rinuncia a farli entrare in Governo, inserendone il fedele portavoce, Bitonci. Sui migranti attacca sentimenti diffusi nei quadri di Di Maio, dissimula facendolo diventare un problema europeo, e incassando per sovrappiù la difesa del tricolore dalle reazioni inconsulte che lui stesso ha provocato.

Ostacoli alla singolarità non sono né gli impegni di Tria e neppure, sia detto con tutto il rispetto, i poteri di Mattarella. I modi per realizzarla si riducono a varianti di due modelli. Il primo consiste nella sostituzione della moneta emessa della BCE con una emessa dalla Banca d’Italia. Anche imponendo il blocco alla circolazione dei capitali, sarebbe impossibile evitare la corsa a ritirare i propri depositi, facendolo di sorpresa durante un week end, come secondo il piano B di Savona. La versione moderna, di sostituendo dalla sera alla mattina la carta con moneta elettronica è un’ipotesi di scuola, lontana dalla realtà italiana. La seconda è la “giapponesizzazione” dell’economia descritta da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Corriere della Sera, 9 giugno): obbligare gli italiani detentori di beni finanziari all’estero (valgono 1000 mld €) ad acquistare i 700 mld € di debito pubblico attualmente detenuto da stranieri. Col che lo spread non esisterebbe più. Il nuovo debito che emetterà il Tesoro lo dovranno comperare le banche, se del caso all’uopo nazionalizzate.

Il mondo degli “uomini vuoti” di T.S.Eliot finisce “not with a bang but with a whimper”. Potrebbe non essere la singolarità, ma la lunga, infelice decrescita a scrivere la fine di questa storia.

La risposta di Claudio Cerasa.

Se in un contratto di governo scrivi che vuoi fare interventi per oltre 100 miliardi indicando coperture per poche centinaia di migliaia, non hai fatto un contratto per fare un governo ma hai fatto un contratto per uscire dall’euro. Su questo, caro Franco, siamo d’accordo. Ma dato che al momento la notizia è che il Ministro dell’Economia ha detto che vuole essere in continuità con il passato ciò che mi preoccupa non è cosa farà questo governo dell’euro nella prossima campagna elettorale. Quando chi governa oggi, per spiegare perchè non è riuscito a fare ciò che aveva promesso, avrà bisogno di un alibi grande come la moneta unica.

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