Che cosa manca al capitalismo
Le alternative o i concorrenti?

agosto 14, 1992


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Noi viviamo la situazione paradossale in cui il capitalismo, che ha a suo fondamento il mercato e la concorrenza, si trova oggi di fatto senza concorrenti. Riconoscerlo mi sembra cosa assai diversa dal dire (Gianni Vattimo su La Stampa del 9 agosto) che il capitalismo è senza alternative.

L’assenza di alternative caratterizza una situazione bloccata; sembra si voglia affermare che esisteva un progetto, di per sé nobile e valido, e che si è rivelato non praticabile. Questo modo di leggere la nostra storia recente non mi sembra né corretto né utile proprio ai fini di raggiungere l’indispensabile consenso all’azione politica.
La maggior parte, probabilmente, di quanti oggi guardiamo alla privatizzazione delle imprese pubbliche come ad una grande occasione per fare una politica industriale moderna, eravamo convinti che la nazionalizzazione delle imprese elettriche fosse un passaggio indispensabile per la modernizzazione del Paese. Ha significato questo vivere, come dice Vattimo, «sul piano ideologico, nell’illusione che l’alternativa ci fosse»?
Noi non ci siamo costruiti «un’economia più flessibile, meno rigidamente organizzata secondo le regole della razionalità economica». Noi abbiamo, semplicemente, sprecato e dilapidato. Le autostrade che finiscono nel nulla, le Gioia Tauro, i disastri industriali e finanziari della chimica, i sovrapprezzi delle pratiche tangentizie scaricati sulla collettività, la distruzione delle competenze tecniche dell’amministrazione sarebbero state la nostra alternativa? I privilegi normativi e le rigidità prestazionali concesse ai dipendenti pubblici sarebbero «la concorrenza meno spietata nel mercato del lavoro»? Le pensioni di invalidità fasulle o la spartizione partitica delle Usl il nostro «sistema di previdenza sociale assai più largo»?
Non è il capitalismo, ma sono i conti economici che sono senza alternative. Possiamo, con Vattimo, dubitare che la superiorità del capitalismo sia scientificamente certa, ma non esiste «condizione di marginalità» che autorizzi a pensare che si può vivere al di sopra dei propri mezzi. E’ la drammatica urgenza del debito pubblico e il conseguente onere degli interessi che non ci lascia alternative.
Forse in passato si è fatto passare per progetto ideologico quella che era solo un’illusione economica: che potesse perpetuarsi un sistema da cui non certo tutti, ma tanti, abbiamo tratto vantaggi: dai detentori di Bot ai partiti, dai dir pendenti pubblici agli elusori fiscali. Sarebbe bene che non continuassimo nell’equivoco, e che non rimpiangessimo l’assenza di presunte alternative. Anche perché si corre il rischio che sostenere l’inesistenza di alternative al capitalismo impedisca di cogliere le alternative che esistono nel capitalismo. Proprio il fatto che il capitalismo sia oggi senza concorrenti consente ed impone di cogliere la varietà di scelte e di opzioni disponibili, di distinguere tra le numerose differenziazioni del capitalismo, ben oltre l’ormai classica opposizione tra modello anglo-sassone e modello renano. Sembra che oggi siano accettati alcuni principi (ma sarà poi vero? E da parte di tutti? E solo in astratto o anche sulle conseguenze?), che solo l’aver dimorato così a lungo nei giardini incantati dell’illusione ideologica fa apparire nuovi: la scarsa capacità dello Stato imprenditore, la redditività quale misura di efficienza, i costi nascosti della presa dei partiti sulla vita economica; è sulle opzioni disponibili che si sviluppa l’iniziativa politica, è su queste che si deve formare il consenso.
Forse val la pena cogliere l’occasione per accennare alcuni dei temi sui quali il capitalismo ricrea al proprio interno quelle condizioni di concorrenzialità a livello di sistema che la sconfitta del socialismo reale ha eliminato al suo esterno. Se è caduto il mito del ruolo sociale dell’impresa pubblica, ciò non significa che in una società moderna, come ha detto Prodi, «lo Stato non debba essere garante in ugual modo del ruolo sociale delle imprese pubbliche e private». Se anche si ammette, come io credo, che tutte le imprese pubbliche possano essere privatizzate, i modi di farlo sono molteplici e con conseguenze diversissime tra loro. La liberalizzazione dei mercati, l’eliminazione dei monopoli di diritto e di fatto non comportano un automatismo selvaggio delle tariffe, né l’impossibilità di indirizzare gli investimenti strutturali anche verso le aree meno favorite.
Diversissime sono le regole che si possono imporre ad un mercato privatizzato (è solo un caso se il Paese che ha la massima presenza di imprese di Stato ha visto un tale ritardo nell’introduzione di norme sulla concorrenza o sulle Opa?). Il ruolo di banche, investitori istituzionali, e azionariato diffuso, i rapporti tra grandi concentrazioni industriali ed il mondo delle medie imprese offrono alternative amplissime, sulle quali dovranno esercitarsi rigore analitico e fantasia propositiva. Il fatto che il risanare i disastri del passato comporti grandi sacrifici non significa che non esista un largo spettro di scelte su come e su chi debba esserne distribuito l’onere.
Anche la stretta via del risanamento offre dunque moltissime alternative alla politica: su queste conviene concentrarsi. Proprio per la sua capacità adattativa il capitalismo è oggi senza concorrenti, perché sa offrire un così ricco ventaglio di opzioni sembra «senza alternative». Sembra conveniente non rimpiangere queste ma concentrarsi su quelle per trovare spazio per l’iniziativa politica, e su di essa formare il consenso.

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