CDP e dirigismo renziano

giugno 17, 2015


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Al direttore.

Decidere di cambiare i vertici di una delle più grosse istituzioni finanziarie del paese (la Cdp ha un attivo di 400 mld) con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale è un fatto clamoroso. Tempestività di informazione e trasparenza su ragioni e obiettivi erano dovute all’opinione pubblica, ai civil servant che vi hanno lavorato senza demeritare; era dovuta al mercato: Cdp non è quotata in Borsa, ma investe e potrebbe investire in aziende anche quotate. (Dell’”atteggiamento anguillesco” di Banca, banche, e fondazioni ha scritto il Foglio di ieri). Ma arriveremo a scusare l’opacità se alla fine avremo chiarezza.

Già la Corte dei Conti si poneva “qualche interrogativo sulla reale configurazione giuridica da attribuire oggi a Cassa depositi e prestiti […] un soggetto che oggi spazia dal pubblico al privato, essendo allo stesso tempo soggetto alla vigilanza dello stato e longa manus di molte delle sue operazioni finanziarie”. E allora basta fondazioni e uffici postali insieme sul “territorio”, basta social housing, basta fondi che son privati ma che vengono lanciati dal ministero del Tesoro. Basta trattamenti di riguardo alle fondazioni: ormai è chiaro che metter le mani sui loro patrimoni non si può, si paghi quel tanto che basta per convincere Eurostat, e chiudiamola lì. Le cartelle di risparmio postale sono un altro tipo di buoni del Tesoro (e quindi bene se, come pare, nel consiglio ci sarà la Cannata), più o meno longa ma sempre del governo è la manus che firma le sue operazioni. È tricolore la bandierina piantata sulle partecipazioni che assicurano che nessuno ruberà il rame dell’alta tensione e i tubi del metano. Cdp è lo strumento del governo per operazioni di politica industriale. Se gli aiuti saranno considerati di stato, il governo se la vedrà con la Commissione europea per la Concorrenza. Ma se gli interventi nelle aziende saranno considerati rinazionalizzazioni (o peggio espropri) e le scelte delle tecnologie vincenti il ritorno allo stato imprenditore, se la vedrà con i mercati dei capitali e con la fiducia degli investitori. Non è più come ai tempi dell’Iri per l’Iri 2.0 è un po’ più complicato.

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