→ Iscriviti
→  febbraio 5, 2019


Al direttore.

Le ferrovie creano esternalità positive, suscitando attività nei luoghi serviti dai loro mezzi. Nei tempi lunghi, il paper di Peter Dizikes, economista del Mit, dimostra gli effetti che le ferrovie indiane ebbero sulle differenze di sviluppo tra aree servite e aree non servite. In tempi recenti, ci sono casi in cui le ferrovie stesse riescono a internalizzare le esternalità: sul Big Read del Ft del 28 gennaio si legge che alcune ferrovie giapponesi sono ormai tali solo di nome, un terzo dei loro ricavi venendo dallo sviluppo immobiliare e fondiario, un terzo dai servizi, negozi e alberghi, che forniscono ai passeggeri. A casa nostra, nessuno aveva previsto la dimensione delle esternalità che l’alta velocità ha avuto sui valori dei beni e sullo sviluppo delle attività del paese. Valutare compiutamente le esternalità è atto squisitamente politico: riguarda quale futuro si indica per il paese, e dipende da come si vuole che si sviluppi. Ma è anche, in limiti diversi, imprescindibilmente un fatto tecnico. E’ questo che in primo luogo siamo ora curiosi di conoscere: quali e quante esternalità positive siano state considerate dalla commissione costi-benefici della Tav. Con l’occasione siamo anche interessati a verificare che non siano state considerate le variazioni di entrate per accise o per pedaggi, che sono solo spostamenti di flussi finanziari senza effetto su costi e benefici.

leggi il resto ›

→  dicembre 9, 2018


Al direttore.

Giovedì sera Marco Travaglio, dalla posizione sovrastante di cui gode a “Otto e Mezzo”, pontificava con tono perentorio sull’inutilità della Tav – “passerà solo qualche treno merci semivuoto” – e quindi ne sanciva le definitiva cancellazione. Mi ha fatto tornare in mente le riunioni a Torino con Sergio Pininfarina senior, a quel tempo presidente della Trieste-Lione. Era il 1994, e anche allora c’era una vivace opposizione all’Alta velocità: sarà solo un treno per i ricchi, dicevano. Fu solo cambiando il progetto in “Alta velocità Alta capacità” che si riuscì a superare l’ostacolo: con un aumento di costo, dovendosi ridurre la livelletta e costruire svincoli, quali si vedono percorrendo in auto la Torino-Milano. Ma l’opera è stata fatta, e ha totalmente cambiato l’economia del paese e le possibilità – di lavoro e di svago – degli italiani in modi che, credo, neppure il suo artefice Lorenzo Necci poteva immaginare. Dà da pensare sentire qualcuno che, dall’alto del suo scranno, spaccia per comune buon senso l’angustia della propria visione.

→  novembre 27, 2018


Libertà dei mercati, in cui le lobby non la facciano da padroni; mobilità del lavoro e, invece della protezione ad infinitum di imprese decotte, spostamento di risorse da settori e imprese meno produttivi a quelli più produttivi; premi al merito per favorire la mobilità sociale; una tassazione che non penalizzi chi lavora; blocco dei trasferimenti a pioggia a questa o quella categoria che riesce ad alzare la voce più di altre. Dieci anni fa era alla sinistra che bisognava insegnare che liberalizzare fa bene all’economia, e non solo. “Il liberismo è di sinistra”, il libro di Alesina e Giavazzi del 2007, voleva dimostrare che le ricette liberali sono coerenti con i principi cardine della sinistra, anzi sono i soli che li possono inverare.

leggi il resto ›

→  novembre 6, 2018


Al Direttore.

Alla riuscita della giornata dell’Ottimismo hanno certo contribuito le interviste “provocate” da Claudio Cerasa: lo slancio, inaspettato e liberatorio, di Vincenzo Boccia; la sicura fermezza di Marco Bentivogli; perfino i distinguo di Tria sono parsi rassicuranti. Ma sotto sotto, a rovinar la festa, anche quando si parlava d’altro, si aggirava sempre la preoccupazione per il nostro debito.

leggi il resto ›

→  ottobre 10, 2018


Ciò che accomuna i populisti al governo agli intellettuali è la diffidenza verso i mercati

“Al MEF, i soldi che servono, devono decidersi a tirarli fuori!” “Se devo scegliere tra lo spread e gli italiani, io scelgo gli italiani.” “Bruxelles deve rendersi conto che milioni di italiani col loro voto hanno scelto una politica economica diversa”.

Per Ernesto Galli della Loggia (Le risorse contese tra i Poteri, Corriere della Sera, 1 Ottobre 2018), “la polemica in corso tra l’osservanza o meno delle regole europee in materia di deficit”, deriva da un cambiamento del rapporto tra politica ed economia, tra democrazia e potere economico. La democrazia ha bisogno di risorse in quantità sempre crescenti, e per procurarsele è spinta fatalmente a cercare di sottomettere ai suoi bisogni l’economia. Mentre fino agli anni 80 del Novecento c’era stata la prevalenza della politica sull’economia, da allora le cose sarebbero cambiate, come conseguenze di due fenomeni: primo, aver reso le Banche centrali indipendenti dal potere politico; secondo, avere liberalizzato il mercato dei capitali, rendendolo “unificato e interconnesso”. Per effetto della prima, la politica ha perso il controllo sui tassi di cambio e di interesse; per effetto della seconda, il mercato ha “accresciuto il proprio raggio d’azione e d’influenza rispetto ai bilanci statali bisognosi di credito”.

leggi il resto ›

→  settembre 26, 2018


La crisi del PD ha caratteristiche e gravità proprie, ma non è isolata. La crisi della socialdemocrazia è un fenomeno generale: dal 1980 tutti i partiti tradizionali hanno perso voti, ma i socialdemocratici 10 punti nei Paesi dell’OCSE, quasi 30 in quelli dell’Europa occidentale. Alcune correlazioni sono impressionanti: tra percentuale di voti che vanno ai partiti populisti e caduta della fiducia nel Parlamento europeo e nella prospettiva di un’integrazione europea; tra voto populista e insicurezza sociale, disoccupazione, perdita di posti di lavoro per via dell’esposizione alle importazioni cinesi. Lo rileva Guido Tabellini nella relazione “Populismo e crisi della social democrazia”, presentata al convegno de La Voce del 17 Settembre, e si chiede: perché chi è colpito da uno shock economico negativo diventa nazionalista e vota populista, invece di votare a sinistra e chiedere più redistribuzione? Perché diventa conservatore in campo sociale e civile e se la prende con gli immigrati? La ragione, sostiene, è che lo shock –economico, tecnologico – produce un cambiamento di identità politica, da quella classica in base al reddito a quella in base all’istruzione, dalle classiche polarità sinistra /destra, stato/mercato, a quelle nazionalisti/globalisti, protezionismo/immigrazione. A sua volta il cambiamento di identità produce un cambiamento di ideologia politica. Fin qui Tabellini. Il nostro populismo contrappone noi, il popolo, i puri, contro loro, le élite, i corrotti. E’ quindi un populismo con caratteristiche diverse da quello macroeconomico “argentino”, anche se l’aumento della spesa pubblica, punto di partenza per entrambi, occupa un posto importante nello storytelling del governo giallo-verde, rendendo quello sbocco una eventualità possibile, forse probabile.

leggi il resto ›