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→  luglio 7, 2005


di Corrado Ocone

Dio o Darwin? Oppure, se così posta la quaestio vi sembra alquanto irriverente: creazione o evoluzione? Progetto o cieca casualità? Disegno divino o no? Sembra che il nostro pensiero, che è un pensare per cause, non possa uscire da questo dilemma, da questa secca alternativa. «Gettati», per dirla con Heidegger, in un mondo la cui semplice esistenza non sappiamo ricondurre alle nostre categorie, non possiamo non chiederci, con Leibniz e con tanti altri prima e dopo di lui, «perché l’essere piuttosto che il nulla?».

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→  luglio 6, 2005

il_riformista
di Oscar Giannino

Ieri, il sondaggio aperto due settimane fa dal sito di Repubblica sulle primarie del centrosinistra era giunto a quasi 93 mila suffragi. Non è un sondaggio su campione rappresentativo, ma il rapporto tra il popolo di centrosinistra e la testata fondata da Eugenio Scalari è tale che il sondaggio ha un suo valore. Il 64% dei voti va a Romano Prodi e il 19% a Bertinotti. Ma c’è un terzo dato rilevante: quasi il 10% indica espressamente che voterebbe un altro candidato rispetto a quelli sin qui fattisi avanti.
Allarghiamo ora lo sguardo all’Europa. In Francia, quale è stato l’effetto delle divisioni nella famiglia socialista rincorrendo le posizioni più estreme? La sconfitta netta alle presidenziali prima, poi la lezione sembrava compresa ed ecco la grande vittoria unitaria alle regionali, ma col ritorno delle spaccature e della rincorsa alle posizioni antagoniste ecco la nuova rovina. Al referendum europeo. In Germania, la Spd va alle elezioni anticipate a sua volta sotto l’effetto crescente della concorrenza portatale dalla neoformazione radicale “Alternativa elettorale per il lavoro e la giustizia sociale”, in cui confluiscono i comunisti del Pds e i radicali come Oskar Lafontaine. Ed ecco che nella piattaforma elettorale Spd tornano proposte come l’innalzamento delle tasse ai ricchi, riportando l’aliquota marginale di nuovo al 45% sopra i 250 mila euro di reddito: proposte demagogiche destinate a raccogliere poche risorse, visto che si tratta solo dello 0,12% dei contribuenti, e che al contrario esercitano effetti economici certamente negativi, in termini di abbassamento ulteriore della propensione al lavoro e alla produzione di reddito, risparmio e investimenti.

Un riformista. Torniamo all’Italia. Quando Giuliano Amato sul Sole domenica scorsa e Romano Prodi due giorni fa sottolineano con nettezza che Blair avrà tante ragioni ma il suo non è un modello valido per l’Italia, nelle loro prese di posizione si legge la stessa preoccupazione di non irritare la sinistra radicale nostrana, in vista delle politiche. Di qui l’annacquamento di proposte ispirate a riformismo sanamente individualista e di mercato, che va affiancato a proposte di maggior integrazione sociale per gli have not come un motore senza la cui robusta propulsione non vale la sola scintillante carrozzeria a vincere la gara della crescita e della competitività. Torniamo allora al sondaggio di Repubblica. C’è una parte importante dell’elettorato di centrosinistra pronta a esprimere un segnale di riequilibrio della piattaforma programmatica e della stessa eventuale futura squadra ministeriale del centrosinistra. Per farlo, ha bisogno di un candidato alle primarie che oggi non c’è ancora. Come propone il senatore Debenedetti, un candidato il cui profilo personale non imbarazzi i Ds, perché se fosse loro espressione incorrerebbero in leso prodismo. E che non ingeneri attese di voler davvero candidarsi al premierato o a un ministero. Un candidato-idea, votando il quale l’elettorato più riformista segnali tangibilmente a Prodi che nel programma e nel governo la via blairiana deve essere ben presente, non solo quella della sinistra radicale. Se magari fosse un imprenditore-manager di nome e prestigio, senza grilli politici per la testa e disposto alle primarie solo per un programma di governo meno radicale e più di mercato, sarebbe un servizio reso al paese e non solo alla sinistra. Meno entrambi i programmi dei due poli politici fossero intrisi di retorica statalista e tributarista, meglio sarebbe per tutti, alla fine.

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di Franco Debenedetti – Il Riformista, 05 luglio 2005

Appello ai riformisti, schieriamo un nostro candidato
di Franco Debenedetti – Il Corriere della Sera, 25 giugno 2005 2005

Lettera ai riformisti
di Franco Debenedetti, 24 giugno 2005

→  giugno 17, 2005

di Luigi Dell’aglio

Sta per riaprirsi una larga e animata discussione su evoluzionismo e creazione, disputa che sempre più accende animi e intelletti sui due fronti. I credenti accettano, in linea di massima, l’evoluzione (sono soprattutto gli evangelici a recalcitrare) ma, tra credenti e naturalisti neo-darwiniani è scontro su quanto c’è a monte dell’evoluzione. Su questo tema si “riscalderà” il nascente dialogo tra scienza e fede. In tutto il mondo, si pubblicano già agguerriti saggi sulla materia. Affiorano aspetti della questione abbastanza sconosciuti al grande pubblico. In Italia esce oggi nelle librerie uno studio dal titolo Dio e Darwin, edito da Donzelli, in cui il filosofo della scienza Orlando Franceschelli “apre” ai credenti.

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→  giugno 10, 2005

Risposta a Franco Debenedetti

di Sandro Bondi

Caro direttore,
Franco Debenedetti, in un’intervista al Corriere della sera, ha proposto una via d’uscita dalla crisi del modello europeo, che è anche una crisi della percezione positiva dell’Europa da parte dei popoli. Debenedetti afferma che la prossima presidenza britannica guidata da Londra costituisca un motivo oggettivo di ripensamento degli schemi ideologici europeisti a favore di una soluzione politica e strategica della odierna e realissima crisi dell’Europa. E’ necessario rendersi conto che i responsi referendari francese e olandese non possono essere trascurati. Anzi, la Francia e l’Olanda aprono, di fatto, una salutare crepa all’interno della roccaforte ideologico-burocratica che ha dettato finora il pensiero unico dell’«europeismo». Giustamente Debenedetti parla di una potente «euroretorica» che certo non giova all’analisi dei problemi esercitata con la lente della razionalità critica. Blair, secondo Debenedetti, produce l’effetto spiazzante che ricolloca il confronto tra il modello del capitalismo renano, così caro a Prodi, e quello anglosassone. Il primo, di impronta neosocialista e socialdemocratica, ha fatto il suo tempo, non tiene più il confronto con due fenomeni centrali nel XXI° secolo: il mercato mondiale e la società della conoscenza. Entrambi i fenomeni considerano non tanto lo sviluppo delle forze produttive e la redistribuzione del reddito, bensì la crescita economica fondata sulla valorizzazione del capitale umano e del capitale sociale. In questo nuovo spazio dell’economia-mondo, non c’è spazio per il welfare neokeynesiano e neppure per degli aggiustamenti strutturali dello stesso. Questa è una storia finita e non più recuperabile. Lo sa bene anche Debenedetti e da tempo, insieme al quotidiano Il Riformista, è alle prese con l’idea-forza di un neo-laburismo blairiano anche in chiave europeista. Con questa chiave economico-politica, l’Europa, così sostiene Debenedetti, può recuperare un modello sociale compatto e fondato sul welfare, ma non più in un’ottica neokeynesiana. Naturalmente, tutto ciò può essere fatto se e solo se si produce tanto e bene, ovvero se e solo se c’è una crescita economica effettiva. Blair ha fatto crescere l’Inghilterra; l’Europa è invece al palo, anzi rischia il ristagno. Allora, questo è infine il punto-chiave: la crescita. La domanda che, in questo orizzonte politico, emerge è allora necessariamente la seguente: è davvero in grado la sinistra di ricollocare su un’asse di crescita l’Europa? E’ davvero in grado la sinistra italiana di ripensare l’Europa e, con essa, se stessa? Debenedetti pensa bene le questioni di fondo legate alla crisi dell’Europa e dell’europeismo, come parimenti pone lucidamente la questione dell’«euroretorica», e purtuttavia sfugge ancora una volta il cuore della vicenda politica attuale: la sinistra italiana non pensa mai a Blair come a un modello politico da seguire e capace di ridefinire la sua fisionomia politica, ma lo pensa sempre come un «eretico» al quale si concede la patente di «uomo di sinistra» solo perché si trova nel Labour, tutto qua.
Anche Napoleone Colajanni ha affermato che non può esistere nessun programma di riforme vere del sistema socioeconomico senza crescita economica e che, dunque, non esiste la cosiddetta redistribuzione delle risorse economiche a favore dei ceti meno abbienti senza crescita; solo che poi, all’atto pratico, la risposta è ancora neowelfaristica e dunque legata ad un uso massiccio di quel «modo di governare attivo», come ha scritto Giddens in un articolo pubblicato su La Repubblica, dunque, niente di nuovo sotto il sole. In realtà, non è vero che «la socialdemocrazia – cito ancora Giddens – differisce dal liberalismo, poiché considera di vitale importanza l’elemento “sociale”». Tant’è vero che oggi Fukuyama, in America, sta costruendo un nuovo paradigma di statualità liberale che si fonda per la gran parte sul capitale sociale, intendendo con ciò valorizzare appunto l’elemento sociale del liberalismo. La cultura politica della sinistra non è quella di Debenedetti, ma è quella di Giddens e Colajanni, nella migliore delle ipotesi. E’ una cultura politica che non riesce a comprendere che, per risolvere la crisi del modello-Europa, non occorre soltanto adottare astrattamente il modello anglosassone, ma è anche necessario ripensare il patto di stabilità, riconnettere l’idea di Europa ai mondi vitali dei cittadini europei, rilanciare gli investimenti produttivi fortemente centrati sul disegno strutturale delle economie avanzate del XXI° secolo, vale a dire la conoscenza e l’innovazione. Queste sono le nostre proposte.
Soltanto la politica e l’etica della responsabilità di una classe dirigente a favore dell’Europa senza tracce di «euroretorica» ci farà uscire da questo imbarazzante guado nel quale i risultati referendari della Francia e dell’Olanda ci hanno collocati. Ha ragione Debenedetti quando, alla fine della sua intervista, afferma: «Servono scelte». E’ qualcosa che la sinistra italiana, a cominciare dal maggiore responsabile di questa grave crisi del modello-Europa, Romano Prodi, dovrebbe sempre mantenere come punto di vista. Ma la strada è ancora lunga, per la sinistra italiana, e sulla sua storia pesa, oltre all’«euroretorica», anche un’altra distorsione ideologica da sempre diffusa nelle sue fila: il miraggio del «sociale». Da quando Blair l’ha abbandonata, è riuscito non soltanto a vincere, ma anche a costruire un vero modello sociale competitivo. E così, in Italia, ha soltanto un interlocutore da lui considerato adeguato: Silvio Berlusconi.

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di Franco Debenedetti, 13 giugno 2005

Basta con l’euroretorica, il modello è Londra
di Franco Debenedetti – Il Corriere della Sera, 10 giugno 2005

→  giugno 3, 2005


di Luca Savarino
L’Occidente è in crisi. Una crisi paradossale, perché dovuta al suo successo: nata con la fine della guerra fredda, silenziosamente covata sotto le ceneri per tutti gli anni Novanta ed esplosa con fragore solo dopo l’11 Settembre, quando, di fronte alla sfida del terrorismo internazionale, le nazioni occidentali si sono divise in modo plateale.

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→  maggio 30, 2005


di Timothy Garton Ash

Quindici anni dopo il crollo del Muro di Berlino, l’Occidente sta vivendo una grave crisi di identità.

L’Europa, una volta avviato il processo di unificazione politica, ha tentato di definire se stessa in opposizione agli Stati Uniti, che, colpiti al cuore l’11 settembre 2001, tendono sempre più a considerare il Vecchio continente un fastidioso ostacolo alla riaffermazione della loro leadership mondiale. Al punto che le contraddizioni esplose fra gli alleati occidentali dell’America in occasione della seconda guerra del Golfo, e culminate nel rifiuto di Francia e Germania di partecipare al conflitto iracheno, hanno fatto parlare di europeismo come alternativa all’antiamericanismo.

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