Caro Salvati, ma Bancopoli ha lasciato tracce profonde

febbraio 3, 2006


Pubblicato In: Giornali, Il Riformista

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Il Partito Democratico si fa solo se siamo d’accordo sulla modernizzazione dell’Italia

Due sono i punti dell’appello con cui Michele Salvati chiude la sua lettera aperta ai DS in favore del Partito Democratico: due sono i principali argomenti della mia risposta.

Al primo punto, egli pone la modifica dell’attuale legge elettorale in favore di un maggioritario di collegio a doppio turno o almeno con l’abolizione della quota proporzionale. Dunque anche lui è dunque convinto che la “restaurazione proporzionalista” sia un ostacolo serio alla realizzazione del Partito Democratico, giudica la presentazione di una lista unica alla Camera un “grazioso atto volontario” e non una “novità politica”, dubita che possa resistere “nelle prove elettorali successive”. Questo proporzionale mette in moto forze che inevitabilmente agiranno in direzione della frammentazione. Ma c’è un gigantesco ma: quand’anche l’appello di Salvati fosse raccolto dal 100% dei DS – e sappiamo qual è invece il fermo orientamento di “correntino” e altri – proporzionalisti sono Rifondazione Comunista, Verdi e buona parte della Margherita. Quanto al doppio turno, poi….Un’alleanza trasversale su un punto di tale importanza è irrealistica: col proporzionale ci toccherà convivere per un futuro di cui non si vede la fine. La legge elettorale sposta quelle che Salvati elegantemente chiama “sottigliezze della rational choice”, cioè le convenienze: non si può trasportare paro paro nel proporzionale l’impianto logico-politico costruito a supporto del Partito Democratico negli anni del maggioritario. Ma della necessaria rivisitazione non c’è traccia.

Nè il cambiamento in corsa della legge elettorale è il solo fatto nuovo: ce ne è anche un altro, in singolare coincidenza con quello. E’ accaduto che prendesse consistenza una linea di pensiero secondo cui la vera normalizzazione della politica italiana consisterebbe nell’uscita di scena sia dei protagonisti emersi da Tangentopoli, sia delle forze a Tangentopoli sopravvissute. Per dirlo in lettere: il new comer Berlusconi da un lato e il lignaggio PCI – PDS – DS dall’altro. Questa linea di pensiero è del tutto diversa e autonoma, anche se ne sussume le ragioni, rispetto alle ricorrenti evocazioni di una coalizione di centro. Non si limita a una Grosse Koalition per fare alcune riforme e poi dividersi: mira a una stabile definizione delle alternanze ammissibili.
Per questa ragione ciò che è successo l’estate scorsa non si può ridurre ai fatti giudiziari à la Lodi, o alle ossessioni pentagonali di Berlusconi. Tanto per cominciare, la vicenda Unipol ha avuto per protagonisti personaggi vicini alla Margherita da un lato, ai DS dall’altro; i primi a difendere BNL e l’intesa con gli spagnoli, i secondi ad attaccare con un’Opa ostile finanziata dalle risorse della cooperazione. Poi, nei modi che ben conosciamo, l’incendio è divampato, le polemiche hanno investito temi generali, gli assetti del grande capitalismo, i rapporti tra DS e cooperazione. Possiamo anche – per amor di coalizione – seguire Salvati e derubricare alcune parole (e alcuni silenzi) come “battute infelici che provengono dai vari Prodi e Rutelli oltre che dallo specialista in proposito Arturo Parisi”. Ma si prende la strada sbagliata quando si considerano silenzi e parole come “offensivi per la tradizione socialista”. Che c’entra la tradizione socialista quando essa, come ricorda Salvati stesso, si è stemperata nella “koinè liberale” a cui i due partiti sono approdati?

Non è questione di passato di una tradizione, ma di futuro di una visione. E’ questione di cose ben più corpose e ben più concrete: gli assetti del capitalismo italiano e gli assetti della rappresentanza politica. O, se si preferisce, la modernizzazione del nostro Paese e le forze politiche capaci di promuoverla. Qui, caro Michele, sta il punto centrale della mia critica. Una critica – lo ribadisco se ce ne fosse bisogno – non al Partito Democratico, non al progetto che deve nascere, ma alle gambe su cui deve camminare e alla meta verso la quale deve procedere. Tu adduci ragioni politologiche, parli di simmetria, di rapporti tra maggioranza e opposizioni interne: ma così non arrivi a scaldare il cuore. Tu parli di vantaggi di efficienza: ma ad essi si possono opporre i rischi della fusione di due partiti con radici contrapposte da mezzo secolo (e forse da un secolo intero). Questa è la storia del nostro Paese: solo se si trova una ragione che riguardi la sua storia futura si può mettere in gioco la sua storia passata. Questa ragione deve riguardare il destino del Paese, non l’organizzazione di partiti che affrontano le elezioni.

La modernizzazione del nostro Paese e del nostro capitalismo: questo e solo questo deve essere l’obbiettivo nel dar vita al Partito Democratico. Devo esplicitare che cosa intendo per modernizzazione? Devo ricordare quante volte ci siamo battuti per la privatizzazione del sistema bancario, per la contendibilità del controllo proprietario, per la liberalizzazione delle professioni, per la meritocrazia nelle scuole e nelle università, per privatizzazioni e liberalizzazioni, per riforme del mercato del lavoro e delle rappresentanze sindacali, del modo in cui far entrare nuova aria, nuovi protagonisti e nuove imprese nel nostro asfittico capitalismo? Devo ricordare con quanto anticipo rispetto alle vicende attuali abbiamo sostenuto la necessità di cambiare le regole in Banca d’Italia? Devo ricordare in nomi di quelli con cui, di volta in volta, abbiamo – ma posso ben dire: ho – avanzato proposte e cercato di coagulare consensi?

Dove stanno le forze politiche capaci di portare avanti questi progetti? Io ritengo che la storia vissuta, e il modo laico di leggerla, abbiano decantato nei DS forze convinte a percorrere questa strada di modernizzazione. Ho ben nelle orecchie le voci di tanti per cui anche questo sarebbe il futuro di una illusione, e puntano il dito su contraddizioni, incertezze, arretramenti. Ma questa è (è stata?) la mia scommessa, è (è stata?) la ragione della mia militanza attiva nei DS. E comunque non è una scommessa, è un fatto certo, che un progetto che non assegni a queste forze politiche presenti nei DS un ruolo da protagonista, non ha nessuna possibilità di andare avanti. Non perché c’è bisogno dei loro numeri: perché c’è bisogno delle loro idee. Per questa ragione, per l’aumento di rischio che ha corso il “mio” progetto di modernizzazione, l’estate scorsa ho guardato con estrema preoccupazione alle ripercussioni delle note vicende all’interno degli schieramenti politici e soprattutto nell’opinione pubblica.

E così posso arrivare al secondo punto dell’appello finale di Michele Salvati, in cui invita i DS a guardare oltre i rapporti di forza attuali con la Margherita ricordando che questa ha “potenzialmente opzioni maggiori che vanno remunerate”. Gli chiedo: dove portano queste maggiori opzioni? Siamo sicuri che vadano in favore della modernizzazione del Paese? Siamo sicuri che non ci sia chi vede proprio in queste opzioni la possibilità di evitare alcuni passaggi meno graditi del programma di modernizzazione del Paese?

Il Partito Democratico è funzionale o no al realizzarsi del progetto di modernizzazione del Paese? Questa è la domanda cruciale. La risposta non è scontata, Non si può escludere che la fusione DS-Margherita dia l’illusione di una forza numerica, e favorisca così il coagulo dei grumi che tante volte si sono prodotti mettendo insieme gli eredi della sinistra DC con gli epigoni del PCI. Con un partito solo, al posto del pericolo della specializzazione dei ruoli (la sinistra prenda i voti a sinistra, il centro al centro), puç esserci quello del compromesso che dia un po’ ad entrambi. Non vedo ragioni per scartare a priori la prospettiva di una competizione tra DS e Margherita per conquistare l’elettorato di centro. E, perché no?, per proporsi alla guida del Paese.
Quelli dell’estate scorsa non sono episodi, alcuni chiusi dalle deliberazione delle authority, altri destinati a trascinarsi per anni nelle aule di giustizia. Sono il primo sintomo di un processo ben più vasto di assestamento del nostro capitalismo. Sono tante le partite da giocare, portano il nome delle nostre principali banche, delle nostre principali imprese. La riforma di Bankitalia e l’avvento di Mario Draghi al suo vertice dovrebbero aver posto fine al sistema che per anni aveva tenuto tutto bloccato. Ci sarà bisogno di grande politica: per fare osservare le regole che ci sono (e qui i DS hanno qualche lezione da dare); per innovare là dove è necessario.
La risposta alla domanda cruciale – se il Partito Democratico è funzionale a fare di questi sommovimenti una tappa nella modernizzazione del Paese -rimanda, come si vede, ad altre domande e ad altre risposte. Richiedono che l’appello di Salvati abbia anche altri destinatari.

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