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Caro Rossignolo, ma perché fai così?

Pubblicato il 24/06/1998 @ 17:51 in Giornali,Il Messaggero


Una lettera

Caro Rossignolo,

questa è una confessione. Su Telecom anch’io stavo cadendo vittima di un errore, non vedere che le polemiche sulla tua presidenza e sulle scelte dell’azienda mascherano in realtà un attacco in grande stile alle privatizzazioni ed ai privati.

Finora di fronte alla subitaneità di certe tue scelte, ai bruschi cambiamenti di rotta, alla reattività che sembrava ispirarli anch’io, lo confesso, ho nutrito perplessità.
Finora, di fronte a certe tue espressioni – tra tutte lo “I am a very powerful chairman” rapidamente entrato nel lessico dei sarcasmi –, anch’io mi sono lasciato andare a superficiali interpretazioni. Mi tornavano in mente gli anni grami della crisi dell’auto e delle domeniche in bicicletta, in cui si diceva che tu preconizzassi per FIAT un futuro di costruttore di ospedali e di autobus. Ricordavo la struttura organizzativa che avevi progettato per FIAT componenti, e che io avevo smontato prendendo poi il tuo posto. Dopo di allora le nostre strade si erano separate: io a fare informatica per Carlo De Benedetti, tu frigoriferi per i Wallenberg. La presidenza di Telecom mi sembrava la grande occasione di libertà con cui chiudere la tua carriera.

A insospettirmi è stato proprio l’accumularsi delle critiche, il loro estendersi e ingigantirsi. E’ mai possibile? Tua e’ la colpa se Telecom non ha una strategia industriale; tua se non e’ una public company; tua se il piano di numerazione è complicato; tua se non vendi Italtel e Finsiel; tua se mantieni le tariffe del monopolio e tua se invece prevedi di dover cedere il 40% del mercato ai concorrenti; tua se con il Fido han buttato 1000 miliardi, tua se si e’ evitato di buttarne ben di più per la cablatura; tua se Agnelli ha comprato la quota che il Tesoro gli ha offerto e al prezzo che gli è stato richiesto; tua se un tuo azionista, il Credito Italiano, per crescere deve comprare da una fondazione.

Quando Guido Rossi lascia Telecom e ritorna a essere un ricercato professionista, gli azionisti vogliono una soluzione ineccepibile, scovano un italo americano, un grande successo alla 3M.
Giulio Agostini, questo il nome del prescelto, segretamente viene in Italia, riservatamente analizza: e rapidamente fugge. Infatti, che cosa avrebbe potuto fare? Se vuol guadagnare una montagna di soldi, vendere TIM e aggiudicarsi la gara per il terzo gestore, gli tagliano i fili. Se prova a vendere Italtel, accorre il presidente del consiglio e ne esalta il concentrato di tecnologie. Se vuol liberarsi di Sirti, deve dargli in dote contratti per un cablaggio in perdita. Le tariffe? Le fa l’authority. Percorrere la trasformazione dalla telefonia tradizionale al mondo di Internet? Ma se non c’e’ riuscito nessun ex-monopolista!

Quando gli azionisti, un po’ in affanno – erano passate settimane, alcuni parlamentari scalpitavano– vengono da te, pensano a una soluzione di ricambio: non sanno di avere in mano la soluzione. Perché il problema non e’ gestire Telecom, ma decostruirla. Smontare pezzo a pezzo le ambizioni irrrealistiche, le aspettative suscitate ad arte, le alleanze improvvisate, le strategie fasulle. Proteggerla da chi vorrebbe continuare a “proteggerla”, dalle brutte abitudini e dalle amicizie pericolose. Il problema non e’ assicurare la stabilità, ma impedire che un nuovo assetto di potere si formi gattopardescamente con i pezzi del vecchio. La tua diffidenza a concedere deleghe, la tua reattività nel promuovere e nel rimuovere, il turbinio dei tuoi ordini di servizio, sono stati perfetti allo scopo. Allo sfrecciare delle critiche hai offerto la tua gioiosa spontaneità.
Agostini avrebbe coperto i problemi con tecnica prestigiosa. Tatò – c’è da tremare pensando allo scampato pericolo – ne avrebbe fatto un punto di forza. Caio? Per favore, un sorriso ogni tanto. Romiti? Certo, ma la politica ancora non gli consentirebbe di unire telecomunicazioni e comunicazioni.
Ormai l’acquisto di Infostrada è stato deciso, di esso giudicheranno mercati e opinione pubblica. Ma la partita non è chiusa. In questi pochi mesi, il Governo ha ancora la possibilità di scegliere se vuole essere ricordato come un governo liberalizzatore, oppure captive del monopolista. Prima di tutto decida di non lasciare all’Enel i proventi della vendita delle GenCo, cosa che tra l’altro faciliterebbe la vendita di una seconda tranche di azioni Enel. E poi non lasci il solo Ministro Letta a tirare per accelerare la liberalizzazione del settore elettrico. Anticipare la vendita delle Genco a prima della fine di questa legislatura, decidere subito di vendere altri 15.000 MW, far partire i siti per nuove centrali: queste cose sì che il Governo ha ancora il potere per farle. Basta volerlo.
Adesso il gioco si è fatto complicato, le battaglie sulle strategie, la demagogia assembleare nascondono la vera posta in gioco: il futuro delle privatizzazioni e l’onore dei privati. Ma e’ interesse di tutti che i problemi emergano: e questo è il compito che ti sei trovato a svolgere. Tieni dunque duro, GianMario: ci vuole ancora un po’ prima che le sovrastrutture si decostruiscano, e gli Orazi e Curiazi si eliminino a vicenda. Nel frattempo, Telecom e i suoi azionisti hanno ancora bisogno del loro involontario S.Sebastiano.

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