Banda larga nel vicolo Telecom

dicembre 19, 2009


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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L’ossessione di preservare l’italianità ha di fatto impedito di attuare una seria politica d’innovazione di quello che è il vero «sistema nervoso» del paese. Per la paranoia che qualcuno potesse limitare il nostro sviluppo finiamo per limitarlo addirittura due volte.


Se la banda larga è diventata un tormentone, è perché è intorcigliata in due grossi nodi.

Il primo sta nella vaghezza di ciò di cui si parla. Con le nostre varietà geografiche, sociali ed economiche, un progetto uniforme, tipo Finlandia, sarebbe insensato, dobbiamo mirare a soluzioni mirate, qui schematicamente ridotte a due. Una permette di vedere filmati in alta definizione (50Mbit/sec) , l’altra consente di connettersi alla rete (2 Mbit/sec). Una è possibile nelle aree del Paese dove il numero di utenti disponibili a pagare per la prestazione “ricca” assicura un cash flow sufficiente per rendere finanziabile l’investimento. L’altra è destinata alle zone in cui con le attuali tariffe non si assicura neppure quella prestazione minima. Tante parole, ma numeri – di utenti, di tariffe – pochi, diciamo pure nessuno: che sia possibile finanziare una rete moderna, lo deduciamo dal fatto che così è in tutto il mondo. Quanto alla prestazione minima, gira la cifra di 800 milioni: ma quante e dove sono le località da collegare? Saranno gli utenti della rete a dover finanziare la fornitura di un servizio anche in località dove Province e Regioni sovvenzionano latticini funivie e traghetti? Il digital divide che ci dovrebbe preoccupare è quello verso il resto del mondo, e, per ridurlo, sarebbe più utile insegnare più matematica, informatica e scienze nelle scuole.

Utilizzare la rete esistente costa meno che farne una nuova di zecca. La rete è di Telecom. Lo è in senso giuridico: gli azionisti l’hanno comperata e pagata. Lo è in senso tecnico: rete sono anche i computer e il software che gestiscono il traffico convogliato sulla rete fisica di cavi e di ponti radio. Ha ragione Franco Bernabè, la rete è l’azienda, senza di essa l’azienda non esiste.

In quanto monopolio naturale, la rete è una essential facility fruibile da tutti gli operatori in condizioni di parità. I regolatori, in Inghilterra e in Italia, hanno dimostrato che è possibile una gestione soddisfacentemente neutrale. In tutto il mondo l’incumbent resta il proprietario della rete: anche negli USA è passato il tempo in cui andava di moda l’integrazione verticale tra produttori di contenuti e i network di cavi.

Il traffico sulla rete è la sola cosa che cresce anche nella crisi; chi ha la rete dovrebbe essere interessato ad espanderla. Ma Telecom non può: non può fare aumenti di capitale senza rompere i delicati equilibri della sua governance, provocare lo show down sul premio al controllo, quindi l’abbattimento del valore della partecipazione nel bilancio dei grandi azionisti; non può aggiungere nuovo debito senza downgrading di quello esistente, con conseguenze deleterie sul conto economico; non può finanziarsi con il proprio cash flow perché gli azionisti hanno richiesto pay out esorbitanti.

E con questo siamo al secondo nodo. Il Paese sembra ostaggio di azionisti miopi che gli impediscono di dotarsi di un’infrastruttura essenziale per il suo sviluppo. In realtà agli azionisti di Telco non è stata chiesta lungimiranza tecnologica, ma impegno di capitali per garantire l’italianità di un’azienda, per rilevarla da chi l’aveva pagata un prezzo irrealistico, e ulteriormente indebitata con la fusione con TIM, per scongiurare possibili scalate.

Il Paese è sì ostaggio, ma dell’ossessione di preservare l’italianità, di custodire il “sistema nervoso” del Paese. Così, per avere la rete italiana dobbiamo tenercela debilitata dalla senescenza. Per la paranoia che qualcuno potesse limitare il nostro sviluppo, lo limitiamo due volte, tenendoci una rete inadeguata e bloccando soldi delle nostre maggiori istituzioni finanziarie per garantire il controllo in mani italiane.

Ci siamo cacciati in una impasse. Non possiamo neppure più liberarci dalla nostra ossessione: un aumento di capitale di Telecom peserebbe sui bilanci di azionisti a cui è stato chiesto il piacere di fornire l’ancoraggio. E allora l’aumento di capitale si pensa di farlo al piano di sotto: ci si inventa una società di secondo livello, a cui Telecom conferirebbe la rete mantenendone però la maggioranza assoluta. Ma alla sola idea di trasferire il debito si solleverebbero i creditori, scattarebbero le acceleration clauses , si imporrebbe il rimborso immediato, e quindi il rifinanziamento per diecine di miliardi. E se così non fosse, peggio sarebbe il resto. Peggio i contorsionismi per separare rete fisica e rete logica, per distinguere trasporto da servizio; peggio le acrobazie contabili per allocare asset, ricavi e costi di pertinenza dell’uno e dell’altro; peggio i conflitti di interesse con azionisti di minoranza, o concorrenti o produttori di contenuti. Ma sarebbero foglie di fico, è chiaro che a contare sarebbe l’azionista pubblico. Un pasticcio indecoroso, una “ripubblicizzazione” senza onore: il riacquisto della minoranza di una società di secondo livello, valutata in proporzione probabilmente di più di una Telecom, assai più ricca, quando fu venduta.

Ci sono quindi solo tre soluzioni possibili.

- Telecom destina alla rete fisica 1 miliardo l’anno, come ha detto Franco Bernabé recentemente. Battezziamola banda larga. Una bugia: ma ne abbiamo sentite di peggiori.
- Telecom fa un mega aumento di capitale: le banche consolidano le minusvalenze, negoziano l’uscita di Telefonica o almeno la obbligano a lanciare un’Opa. Una soluzione di mercato: che quindi non vedremo.
- Telecom viene rinazionalizzata, e le si assicurano i profitti da monopolista, come alle altre aziende pubbliche. Una sconfitta: ma almeno pulita.

Giocare il gioco della privatizzazione, senza accettare le regole del mercato, compresa la mobilità del controllo, costa caro.

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