Articolo 18: finchè decidono i giudici sarà riforma mancata

aprile 17, 2012


Pubblicato In: Giornali, Vanity Fair


dalla rubrica Peccati Capitali

“Ma se vi abbiamo dato il sistema tedesco?” chiude brusco l’autorevole interlocutore a cui cerco di spiegare perché quella dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori è una riforma mancata. Evidentemente non conosce la storia del signor S.P.

Una storia che inizia nel 1986, quando S.P. “entra” all’ENI. Entra si fa per dire, perché più che entrare, esce: assente per lunghi periodi, spesso e volentieri lo è anche quando risulta presente, eludendo i controlli di accesso. Licenziato nel 1993 è reintegrato dal tribunale di Milano, ri-licenziato nel 2002 e re-reintegrato. L’ENI vince il ricorso in appello, ma perde in Cassazione: non avendo formalizzato con i sindacati l’uso dei dati relativi al controllo accessi al parcheggio aziendale, avrebbe violato i diritti alla privacy. Al terzo licenziamento nel 2009, il tribunale riconosce la correttezza dell’ENI. Ma c’è l’appello, udienza fissata per luglio: vent’anni dopo.

Nessuno mette in dubbio che debba essere il giudice a ordinare il reintegro nei casi di discriminazione, o a valutare la gravità delle mancanze disciplinari. Ma la legge continua a non riconoscere che se l’imprenditore decide le strategie, deve decidere quantità e qualità delle risorse necessarie, e sapere il costo dell’indennizzo da pagare quando giudica necessario adeguarle al mutare di tecnologie e mercati: invece la legge continua a dare al giudice il potere di sindacare la validità delle giustificazioni economiche.

Ma cosa vi lamentate? In Germania funziona così bene! Vaglielo a dire, a chi non investe da noi, che non ci saranno più casi S.P. Vaglielo a dire, a chi compera la Golf, che c’è la Bravo, o a chi compera i Bund che non rendono nulla, che i BTP rendono il 5%. E non è un altro discorso.

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