Anche dalla Bicamerale una risposta a Bruxelles

aprile 27, 1997


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Le reazioni al report della Commissione Ue a un anno dal giudizio finale sulla moneta unica sono state di due segni tanto diversi da indicare il fossato che l’attuale Governo ha di fronte a sé. La reazione ufficiale di maggioranza, Governo e Quirinale è stata di insofferenza e di rigetto. Come era avvenuto dopo lo schiaffo spagnolo, dopo le analisi di Confindu­stria, dopo i numerosi segnali che arrivavano dall’Euro­pa. Le reazioni di tutti gli osservatori indipendenti inve­ce — perfino di testate molto “comprensive” nei riguardi della maggioranza — sono state di segno opposto: al centro delle critiche è stata posta l’improprietà di una reazione che, nell’infelice riferimento a contabili e ragio­nieri, finisce per suonare ingenerosa innanzitutto verso chi, al Tesoro, ogni giorno è impegnato in un compito — far quadrare i numeri — che proprio chi ha reagito peggio a Bruxelles gli rende più difficile.

Conviene rendersi conto che siamo entrati in Zona rischio: i mercati, vedendosi allontanare la prospettiva di aggancio all’Euro, potrebbero spingere al rialzo i tassi, facendo aumentare la spesa per interessi, quindi il defi­cit, rendendo l’aggancio ancora più improbabile. La nostra politica economica ha avuto un faro: migliorare il rating del nostro debito pubblico agganciandoci al pro­cesso per cui tutte le monete europee avranno lo stesso rating, sperabilmente quello del marco. Ottenere cioè una riduzione dei tassi non solo grazie al miglioramento dei fondamentali della nostra economia, ma alla credibi­lità che ci forniscono gli altri membri ammettendoci nel club: esattamente ciò che la Bundesbank richiama al Governo federale come eccesso di generosità.

Se la bassa inflazione e il surplus della bilancia commer­ciale rendono improbabile un rischio cambio, se il rischio di default è irrisorio, se la nostra spesa fosse in ordine come ci chiede Maastricht, il rating del nostro debito dovrebbe essere indipendente dalla nostra partecipazione all’Euro. Ma così non è: c’è un deficit persistente e grave di credibili­tà. Tale deficit rappresenta per gli altri membri il costo per ammetterci al loro club. E Bruxelles ci manda a dire che il club non prevede free lunch.

Se le reazioni degli osservatori sono state tanto diver­se da quelle della politica ufficiale la spiegazione è confortante. Ciò indica che misure incisive per affronta­re le radici del deficit di credibilità italiana godrebbero di un consenso più vasto di quello che i prudenti custodi del gradualismo mostrano di ritenere. Prendiamo la rifor­ma del Welfare: c’è un abisso tra dire che si riforma il Welfare per ragioni di equità intergenerazionale, di soste­nibilità nel lungo termine, di equilibrio sociale (come nel piano Onofri); o invece negoziare il consenso delle forze politiche e sindacali con lo spauracchio della non ammissione tra i primi.

I richiami che vengono a Prodi da Bruxelles, dall’Fmi, dalle ‘colonne dei giornali non sono indifferen­ti ai costi sociali. E un fatto che, quando la reazione sindacale affossò l’originale proposta di riforma delle pensioni avanzata da Dini ministro del Tesoro, fui io a proporre al Nobel Franco Modigliani e a Romano Prodi un documento comune in cui giudicammo un grave errore non mettere il Paese in condizioni di affrontare seriamente uno squilibrio previdenziale insostenibile. Quel che non si può chiedere a Modigliani è di recedere da quelle opinioni, che mantiene, come il sottoscritto. E quel che non si può chiedere agli osservatori è di pensare che ciò che pubblicamente allora si disse non valga più quando chi l’ha detto ora siede a Palazzo Chigi. E analogo discorso si potrebbe fare per il piano Alitalia, o per la vendita della Stet, o per il monopolio pubblico del collocamento.

Se il problema è politico, la risposta non può essere solo l’ennesimo annuncio di manovre, fossero pure questa volta strutturali: bisogna fornire le condizio­ni politiche necessarie per garantire che saranno fatte. Le difficoltà decisionali, la disomogeneità delle maggio­ranze oggi appaiono sub specie di Bertinotti e di quel 10% di italiani che lo votano: ma se il nostro sistema politico offre a una minoranza un così forte potere di condizionamento, è il sistema stesso che produrrà leader politici capaci di sfruttarlo. La vera riforma è dunque quella della forma di Governo e delle modalità di elegge­re l’Esecutivo, è nella blindatura delle leggi di bilancio, è nel porre limiti al prelievo fiscale. La risposta a Bruxelles, oltre che nel rigore di bilancio, sta insomma nella Bicamerale, e alla conclusione della Bicamerale mancano otto settimane.

Su questo punto c’è un paradosso che va ribaltato: non è vero che se dalla Bicamerale escono intese forti la maggioranza attuale salta. E vero il contrario: perché a quel momento in assenza sia di riforme economiche strutturali che di intese istituzionali impegnative, la ma­no non solo mia ma di altri parlamentari che nella maggioranza hanno preso a dare segnali di irrequietezza potrebbe cominciare a esitare. In tali frangenti maggio­ranze alternative oggi invocate con lucidità da osservato­ri come Sergio Romano, ma che le circostanze al mo­mento fanno apparire più virtuali che reali, potrebbero davvero diventare opzioni da non escludere.

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