Caritas
Radio Radicale
26 ottobre 2009
Libertà
Mi piacerebbe una riforma elettorale nella stessa scheda. »

20 ottobre 2009
Patti d'IRAP - No taxation without participation
Si propone che le politiche industriali… »

8 settembre 2009
Partecipazione agli utili
Complimenti per il tuo intervento di oggi… »

Up | Down | Top | Bottom
 Manager sul tetto che scotta  Il Sole 24 Ore - 29 gennaio 2010  -   Senza proprietà non c'è capitalismo  Il Sole 24 Ore - 24 gennaio 2010  -   È la sinistra che lega Craxi e Berlusconi  Il Riformista - 21 gennaio 2010  - 
ricerca avanzata »


30 maggio
DNA e devozioni
Gentile Dott. Debenedetti Ho letto e riletto il suo articolo di oggi sulla Stampa e devo dire che trovo arduo (senz’altro a causa dei miei limiti) seguire il suo ragionamento. A prescindere dal fatto che l’unicità individuale manifestamente testimoniata dal DNA e quella latentemente testimoniata dall’anima si confermano semmai e non si escludono certo a vicenda, riesce difficile trovare autoevidenti le conseguenze che lei fa derivare dalle osservazioni che fa. È proprio così sicuro che una volta osservato che “Basta porsi la domanda, e appare evidente che i diritti teorici dell'embrione diventano reali, esigibili, difendibili, solo se esso é accolto, fatto proprio e cresciuto da una madre” la conseguenza “evidente” sia che “il primo diritto dell'embrione é quello che la madre non sia ridotta a "macchina alimentare", a soggetto passivo”? E che da questo derivi la necessità di declinare i “diritti della donna” e i “diritti della scienza” nella maniera che deriverebbe dal proposto storpiamento della legge 40? A me, e a tutti i tanti che hanno voluto la legge, l’hanno richiesta, l’hanno approvata e ora stanno lottando per difenderla cittadina per cittadina per cittadina (e parrocchia per parrocchia) non appare evidente nemmeno un po’. Dire che un embrione non può vivere senza accoglienza è di per sé una banalità, nemmeno un bambino di un anno può vivere senza essere protetto e nutrito, come non lo potremo io e lei il giorno che una malattia mettesse (anche temporaneamente) fuori causa la nostra coscienza , forse che la non autosufficienza si può prendere come sintomo di diminuita umanità, come a suo tempo praticò il terzo reich e come oggi insegnano Singer & compagnia cantante, che almeno hanno il pregio della sincerità e della conseguenza colle premesse date? Secondo me invece dalla necessità per l’embrione di un accoglienza materna (almeno finché non perfezionano l’utero artificiale) vanno tratte altre e diverse conseguenze, la prima delle quali è che chi si azzarda a produrre una vita umana senza avere un consenso certo, scritto (e se permette anche irrevocabile) a che quella vita sia accolta deve essere punito con la massima severità, come finalmente questa legge comincia a fare. La seconda conseguenza è che deve essere del pari punito chi si mette a giocare a fare la divinità producendo vita umana per un qualunque altro fine che non sia l’accoglienza femminile e familiare di quella, specifica, vita umana. La terza è che l’accoglienza della vita deve essere accoglienza incondizionata, e non sottoposta a vincoli eugenetici, per cui hai diritto a vivere se sei sano, bello, se sei rispondente e funzionale al mio progetto, e se no, raus! E a seguire: se l’individualità genomica non basta a creare una persona che abbia diritti (quantomeno quello a non essere vivisezionato, scartato, ridotto a cavia e poi gettato via), ma per questo necessita un indefinibile “di più” che la crescita e la volontà creano in un momento inidentificabile dello sviluppo, allora se io non posso mai essere certo di essere davanti a una persona nemmeno posso mai essere certo di non esserlo, anche perché la scienza deve ammettere (lo ammette a denti stretti, ma lo ammette) che dalla fecondazione in poi non succede nulla di nulla che si possa identificare come un salto, come una deviazione dalla normale curva di sviluppo che ha trasformato l’embrione che io e lei eravamo in quello che siamo ora e che sta cambiandoci tuttora in quel che saremo domani. Cosa dice allora il buon senso e la logica? Se arrivo davanti alle macerie di una casa crollata e devo sgombrarle con la massima fretta per salvare vita e salute di chi è rimasto sotto, io posso trovarmi con la mia pala meccanica davanti al dubbio: ho davanti a me un mucchio di cellule, un grumo di materia (altrimenti detto: cadavere) che conviene tranciare via per arrivare al più presto a curare “la vita vera”(come la chiama lei, per distinguerla dalla finta, suppongo) oppure il cadavere respira ancora, e allora ho davanti un'altra vita in nulla differente da quella che voglio salvare? Davanti a questo dubbio, che non ho i mezzi per sciogliere, logica e buon senso non mi dicono di comportarmi comunque e sempre “come se” la vita ci fosse, posto che nessun bene, nessuna fretta, nessuna salute in pericolo, insomma nessuna efficienza può essere messa a bilancio con una vita umana, che il bene più prezioso e infungibile che ci sia dato di conoscere? Bisogna essere seguaci di Mons. Ruini o di qualche nume celeste per farsi domande di questo genere? Mi dica dott. Debenedetti, c’è forse bisogno di altre devozioni oltre quella alla ragione, alla logica e all’umanità, per pensare così? Luigi Conti (luigi.conti16@tin.it) Rieti
VAI ALL'ELENCO CONTRIBUTI