«Su quel Colle può arrivare a sedere la virtù?»

aprile 29, 1999


Pubblicato In: Varie


Caro lettore, per il Quirinale io sono un elettore. E a conti fatti non è il caso di invidiarmi. Mi sono rifiutato a tutte le iniziative volte a sostenere candidati.
Un conto è che chi ambisce alla più alta carica della Repubblica renda nota la sua disponibilità, rendendo il confronto più trasparente ai cittadini. Sarebbe auspicabile, anche se con ogni
probabilità non avverrà: finché le regole sono queste, candidarsi significa «bruciarsi».
Altro conto è che i cittadini promuovano iniziative per sostenere questo o quel nome, «segnalandolo» dall’esterno ai grandi elettori.
Tutt’altro conto è che a farlo siano i parlamentari e i delegati regionali. Personalmente credo di dover conservare la libertà di usare del diritto che gli elettori mi hanno conferito a seconda di come si svolgerà il processo di votazione.

Ma a forza di leggere serial giornalistici sulle candidature possibili (e impossibili), anche un modesto senatore quale io sono entra per così dire in atmosfera. E così quando martedì della settimana scorsa sentivo il governatore della Banca d’Italia rendere la sua «testimonianza» (questo il termine tecnico) sulla «ristrutturazione del sistema bancario» davanti alle commissioni Finanze riunite di Camera e Senato, mi sono sorpreso a considerare in una luce diversa il quadro all’interno del quale Antonio Fazio andava formulando le sue considerazioni. E se il governatore, invece che al lavoro sotto l’effigie del santo ferrarese nel suo studio a Palazzo Koch, ascendesse agli arazzi del Quirinale?

È evidente che la «testimonianza» di Fazio era richiesta in relazione ai progetti di aggregazione che interessano il nostro sistema bancario, un gioco di permutazioni di tutte le combinazioni possibili delle cinque o sei nostre maggiori banche in cui la Banca d’Italia, per la parte che le compete, è stata accusata di interpretare il potere di
vigilanza come un arcigno e invadente regolatore, di disegnare di fatto gli assetti del sistema bancario al posto degli azionisti degli istituti interessati e, in ultima istanza, del mercato. Un’accusa pesante.
E Fazio martedì rispondeva. «L’osservanza delle procedure ha un contenuto sostanziale: la Banca d’Italia mancherebbe al suo compito ove non vigilasse al riguardo»: mentre il governatore pronunciava queste parole col suo più teso sorriso, ho pensato che un uomo che è custode così geloso delle prerogative che la legge non solo gli consente, ma gli impone di usare, un uomo che regge in silenzio per mesi attacchi pubblici (e chissà quali pressioni non pubbliche) e attende invece l’occasione di una «testimonianza» parlamentare per rendere noto il proprio pensiero, un uomo siffatto ha alcune delle caratteristiche che vorrei avesse il capo del nostro Stato.
Può sembrare strano che a pensarla così sia uno come me che si domanda se non avesse ragione Hayek che proponeva il free banking anche per l’emissione di moneta. È chiaro infatti che nella sua interpretazione degli obblighi di vigilanza sulla «sana e prudente gestione» del sistema del credito, Antonio Fazio è mosso da una temperata sfiducia nei meccanismi automatici del mercato, e che sulle libertà da garantire all’attività imprenditoriale e su dove porre per gli individui il confine tra rischio e protezione, egli ha delle idee diverse dalle mie.
Ma, a parte il fatto che se dovessi votare un candidato liberista non potrei che farlo per Emma Bonino ma con ogni probabilità solo per le strade dove si raccolgono le firme a suo sostegno e non nelle aule parlamentari, il fatto è che il capo dello Stato è innanzitutto custode e arbitro delle regole del gioco politico.
Fazio, mi sono detto martedì ascoltandolo, sicuramente non darebbe delle proprie prerogative un’interpretazione pavida né notarile: esattamente come fa per la vigilanza sul sistema bancario.
Questo apparentemente mite uomo di Alvito, ho aggiunto tra me e me, ha nella sua faretra quattro frecce che non molti possono vantare.
Primo: è indipendente. Nei difficili anni che ci separano dal maggio ’94 in cui assunse la carica, anni in cui ha portato il tasso dell’interesse dal 7,5% fino al 3, Fazio ha sostenuto con orgoglio scontri e rampogne con politici di tutti i colori. Da Berlusconi che voleva dettargli l’organigramma interno, a Dini che lo accusò di riportare al 9% il Tus, a Prodi che chiedeva una discesa dei tassi più veloce, e al quale il governatore rispose «se volete qualcuno che droghi l’economia italiana, cercatevene un altro».
Secondo: ha idee precise di che cosa l’Italia dovrebbe fare. Compulsando l’alta pila di interventi, prolusioni e discorsi ufficiali pronunciati dal governatore in questi anni, si trovano almeno quattordici occasioni pubbliche nelle quali egli ha sottolineato la necessità di una più incisiva riforma delle pensioni, e almeno altrettante nelle quali, richiamando limiti e prerogative della politica monetaria esercitata, si chiede alla politica fiscale, di bilancio e del mercato del lavoro di introdurre sgravi e flessibilità senza di cui non c’è crescita né occupazione.
Terzo: ha un suo credo su come l’Italia debba stare nel mondo. L’orgoglio solitario con cui ha atteso prima di allinearsi al 3% indicato da Francoforte, per sottolineare l’importanza degli istituti nazionali nel Sistema europeo delle banche centrali, fa il paio con l’attenzione con la quale valuta ingressi esteri nelle banche italiane non bilanciati da nostre proiezioni oltreconfine. Idee che a un liberista come me possono sembrare anche eccessive, ma che attestano innegabilmente una passione perché il sistema-Italia non continui a perdere posizioni nel mondo.
Quarto: ha un profilo culturale che ne fa un interprete d’eccezione di una certa Italia. Insieme aperta al mondo, ma col disincanto di chi degli uomini conosce i difetti e le tentazioni provate da sant’Agostino nella prima parte delle sue “Confessioni”, innestato sulla dottrina intellettuale di Tommaso d’Aquino, e sulla mistica temperata di Bernardino, Caterina e Antonino, i tre grandi della Chiesa.
Con l’aria che tira nell’Italia del mancato quorum al referendum, anche un non cattolico come me riconosce che non ci vuole niente di meno di queste virtù cristiane per venire a capo della confusione.

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