«Una manovra per la stabilità Fedele al governo Berlusconi»

maggio 31, 2010


Pubblicato In: Articoli Correlati


di Aldo Cazzutto

Tremonti: i rilievi del Quirinale? Dettagli tecnici, nessun problema

ROMA—È una domenica decisiva per la manovra e per il futuro del governo. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nega che ci siano stati contrasti con il Quirinale – «c’è solo qualche dettaglio tecnico» – e spiega il decreto nel contesto di un’analisi della situazione economica e finanziaria globale.

Ministro Tremonti, cosa sta succedendo?
«Succede che dal copione è venuto fuori il film. Per come lo vedo e lo vivo io, “La paura e la speranza” era il copione, e quello che sta girando è il film. Quando ho scritto il copione non immaginavo di stare anche nel film, e di starci così dentro. E tuttavia è vero che nel copione c’erano proprio le cause e le cose che sarebbero successe, che stanno succedendo, che vediamo. Mancavano solo le date. Il crollo delle piramidi finanziarie, simbolizzato dalla Lehman Brothers, c’è stato nell’autunno 2008, ma avrebbe potuto esserci anche nell’autunno 2009 o nell’autunno 2010. Niente sarebbe cambiato rispetto alla grande curva che sta facendo la storia»

Intende dire che stiamo vivendo un passaggio di epoca?
«Non siamo dentro una di quelle solite congiunture negative, che tante volte abbiamo visto nei secoli e nei decenni passati. Siamo a un tornante della storia. È la coscienza di questo che sta maturando in progressione, via via che passano i giorni, via via che si formano o si deformano i fatti. E, se posso aggiungere, l’impressione è che questo processo sia avvertito più dal basso che dall’alto, più che dai popoli che dalle élites».

Come si può sintetizzare quanto accade?
«Possiamo fare il punto sul quaderno della nostra vita, sul quadrante della nostra storia. Lo possiamo fare prendendo un foglio di carta e tracciandoci sopra in croce due assi, uno orizzontale e uno verticale. L’asse orizzontale è quello dello spazio. Lo spazio si è improvvisamente dilatato; improvvisamente perché venti anni, quanti sono gli anni che vanno dalla caduta del Muro di Berlino a oggi, sono in senso storico un tempo minimo, un tempo interno alla vita di ciascuno di noi, e non come è sempre stato per le grandi trasformazioni un tempo di lunga durata, scandito sul ritmo lento del passaggio da una generazione all’altra. Ora, superate le vecchie barriere, lo spazio è venuto improvvisamente a coincidere con il mondo e nel mondo in un tempo che va dal rapido all’istantaneo circolano masse enormi di persone e di merci, di capitali e di informazioni».

E l’asse verticale?
«E’ un asse su cui si segna, per la prima volta nella storia, il sopravvento dell’economia di carta sull’economia reale. Un tempo, l’economia era economia reale – la fabbrica, la manifattura, il lavoro; alla base, le famiglie e le persone – e l’economia di carta, quella delle vecchie banche e della vecchia finanza, era solo strumentale, era al servizio dell’economia reale. Questo rapporto è stato più o meno fisso nei due secoli del capitalismo. Tra la fine del Novecento e il principio di questo secolo il rapporto si è invece improvvisamente rotto, e l’economia di carta si è affrancata dal vincolo della realtà, si è progressivamente autoalimentata, è salita in verticale sull’asse della ricchezza. Una volta, per una transazione reale — la compravendita di una balla di cotone, di un barile di petrolio, di un titolo pubblico — c’erano una e poi al massimo due o tre transazioni finanziarie collegate e comunque strumentali rispetto alla transazione reale sottostante. Adesso non è più così. Il numero delle transazioni finanziarie è salito vertiginosamente sull’asse verticale, ha perso il collegamento con la base, e si è caricato di pericolo. Perché sono le crisi verticali della finanza che si sono scatenate o possono scatenarsi sull’asse orizzontale dell’economia reale.
Il crollo delle piramidi di carta, nell’autunno 2008, ha istantaneamente causato il crollo dell’economia reale, che invece per suo conto si stava sviluppando in positivo. Il salvataggio dell’economia di carta, garantito dagli Stati, ha riprodotto in forma diversa le stesse condizioni di crisi potenziale che c’erano appena due anni fa; con la differenza che ora a rischiare per un nuovo immanente crollo dell’economia di carta non c’è solo l’economia reale, ma anche la struttura sovrana dei debiti pubblici e quindi dei governi. Da un lato sul mercato “over the counter”, il mercato principe dell’economia di carta, sono tornati gli stessi valori ante-2008; dall’altro lato, nel mondo, ogni otto secondi si emette un milione di dollari o di euro di nuovo debito pubblico. Questa è la realtà che oggi abbiamo davanti. E questa è la fine dell’utopia della globalizzazione come nuova età dell’oro, come metafora dello sviluppo positivo e progressivo continuo. Era illusorio pensare che la globalizzazione, causando l’emersione o lo spostamento epocale e improvviso di enormi masse di merci, di lavoratori e di capitali potesse svilupparsi senza squilibri a loro volta enormi ed epocali. Ed è stato, come ho scritto nel 1994 ne “Il fantasma della povertà”, un drammatico errore politico accelerare in modo forsennato sui tempi e sui metodi della globalizzazione ».

La globalizzazione non poteva certo essere fermata.
«Certo, era un processo ineluttabile e non arrestabile, ma fattibile in termini e tempi meno sincopati e meno nevrastenici. La “globalizzazione in venti anni” è stata fatta tra l’altro in un drammatico disordine: il mercato è diventato di colpo globale ma le regole sono rimaste nazionali, creando quel vuoto nel quale solo poteva crescere a dismisura l’economia di carta».

Ma come può intervenire la politica?
«È già molto capire; e l’impressione è che sopra i popoli, superato lo choc iniziale, anche segmenti sempre più ampi delle classi dirigenti comincino a capire. Un esempio: due anni fa, sul tema delle regole, ci si illudeva che la ricetta magica e salvifica potesse essere fabbricata e somministrata dalla finanza, che si sarebbe autoregolamentata. Sono stati persi due anni, ma adesso questa illusione è finita, la politica è tornata a fare politica, e a fare una politica all’altezza del tempo nuovo che stiamo vivendo. In America, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso il voto su nuove grandi leggi coerenti con il nuovo tempo. In Europa, la Commissione ha proposto al Parlamento europeo un parallelo catalogo di nuove regole. Venerdì scorso, a Parigi, i 34 governi dei Paesi Ocse più il Brasile e la Russia hanno adottato una dichiarazione comune sull’etica nell’economia. Una dichiarazione articolata nella forma di trilogia “Propriety-Integrity- Trasparency”. È questo il nucleo di base del “Global Legal Standard” proposto dal governo italiano nel 2009. Venerdì a Parigi è avvenuto un fatto di enorme rilievo, con l’accordo non solo dei governi ma anche delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Quello che voglio dire è che la cascata dei fenomeni ci è venuta addosso all’improvviso non ci ha travolto, perché sta determinando una catena di reazioni positive ed è per questo che io continuo a vedere che nella nostra vita e nella nostra azione, nel nostro presente e nel nostro futuro, una luce di speranza».

L’ Europa resta la parte del mondo più esposta alla crisi finanziaria, o no?
«Il presidente della Commissione europea Barroso ha detto: con la crisi abbiamo perso dieci anni di crescita. Vorrei completare questa considerazione con una domanda: era crescita vera? O non-crescita? Non-crescita perché drogata dalle carte di credito che in realtà troppo spesso sono carte di debito, dalle bolle finanziarie e immobiliari. Nell’anello che circonda l’Europa, i paesi in crisi non sono tanto i paesi “Pigs”, acronimo spregiativo. Sono i paesi “Fire”: Financy, Insurance, Real Estate; finanza, assicurazioni, immobiliare. Ma c’è qualcosa in più. Più nel profondo, la globalizzazione ha colpito la meccanica di crescita dell’Europa. La crisi è particolarmente grave in Europa perché ha investito, oltre all’economia europea, il processo stesso di costruzione europea. L’architettura europea è stata costruita con sapienza ma tutta “Europa su Europa”, come se l’Europa fosse chiusa in una serra. La crisi ci ha colpito non perché l’Europa è entrata nella globalizzazione, ma perché la globalizzazione è entrata in Europa, trovandola ancora impreparata. Siamo un continente, abbiamo un mercato, abbiamo una moneta comune, ma non abbiamo ancora un governo comune. Il tempo istantaneo della crisi è andato contro il tempo lungo della nostra costruzione politica, creando il paradosso di un’economia che è tanto forte, ancora la prima del mondo, quanto fragile, perché non ne è stato ancora completato il processo organizzativo. Eppure, ancora, un elemento di speranza: nel primo weekend di maggio, i capi di Stato e di governo hanno mostrato una comune leadership e hanno disegnato soluzioni che, se davvero applicate, possono essere positive, e formule organiche comuni alle quali ha contribuito con grande forza di visione anche il capo del governo italiano».

A proposito, come sono i suoi rapporti con Berlusconi?

«Ho giurato fedeltà alla Repubblica nel governo Berlusconi. E per me la fedeltà è un valore insiememorale e politico: politico perchémorale, e morale perché politico».

In attesa che le iniziative dei giorni scorsi maturino, qual è la situazione oggi?
«Vede, oggi l’Europa è un continente che produce più debito che ricchezza, più deficit che prodotto interno lordo. Ed è questa insieme una statica e una dinamica insostenibile. Non abbiamo più rendite interne o esterne, patrimoni accumulati o colonie, dalle quali continuare a estrarre ricchezza. Dobbiamo ridisegnare la struttura del nostro modello sociale ed economico. Dopo il primoweekend di maggio, l’impegno comune è stato espresso nel senso della riduzione comune obbligatoria dei deficit e dei debiti pubblici. Ed è questa la ragione delle politiche di rigore che vengono fatte in queste settimane, in questi giorni in tutti i paesi europei, dall’Inghilterra alla Francia, dalla Germania all’Italia. Naturalmente sono politiche diverse secondo le condizioni specifiche dei diversi paesi, ma comuni nell’indirizzo di massima».

Ma queste politiche non contrastano forse con la crescita dell’economia?
«La nota dominante e comune è stata quella del “primum vivere”. Il patto europeo si chiama patto di stabilità e di crescita, e prima si intendeva la stabilità come presupposto necessario per la crescita. Adesso la politica che è stata decisa, e alla quale giusta o sbagliata nessuno ha voluto o potuto sottrarsi, è la stabilità finanziaria come condizione stessa di esistenza dell’euro e dell’Europa. Non tanto perché lo concordiamo noi, o perché lo consiglia la Commissione europea, quanto perché lo impone dall’esterno la forza drammatica e ancora dominante dell’economia di carta».

Si metta dal lato di un investitore: è meglio investire in un continente vecchio e stanco, o in un continente giovane e vitale?
«Appunto. Le rispondo con un esempio che riguarda l’Italia. Le pare che possa avere uno sviluppo forte un paese che su 58 milioni di abitanti ha 2milioni e 700mila “invalidi”, che assorbono ogni anno da soli un punto di prodotto interno lordo? O che ha un’evasione fiscale colossale, che dell’economia alimenta magari il presente, attraverso il “nero”, ma non il futuro, sottraendo risorse per la ricerca, l’università eccetera? »

Per alimentare il futuro servono politiche di sviluppo.
«Se lei vede, nella manovra c’è il contratto di produttività, e cioè proprio il collegamento tra incrementi salariali e incrementi produttivi, fiscalmente sostenuto con detassazioni degli incrementi per i lavoratori e finanziamenti alla ricerca per gli imprenditori».

È la stessa idea lanciata dalla fondazione De Benedetti?
«È un’idea già messa in atto dal governo Berlusconi in uno specifico articolo della manovra. Diciamo che per una volta la politica arriva prima della società civile. Per la produttività, oltre ad altro, come per esempio la fiscalità di vantaggio per gli insediamenti produttivi nel Sud, ci sono le zone a “burocrazia zero”, dove tutto quel che va fatto per aprire o per far funzionare un’impresa o un laboratorio dipende esclusivamente da un commissario di governo, con il beneficio del silenzio-assenso. Quella della “burocrazia” è la questione fondamentale. Vede, i paesi poveri soffrono per un deficit di cibo, di mezzi di sussistenza, di mezzi per lo sviluppo. I paesi ricchi, al contrario, soffrono per l’eccesso delle regole che si sono autofabbricati e da cui sono condannati. Le regole giuste sono un investimento; le regole eccessive sono prima un blocco e poi un costo. Un blocco che ferma l’economia, alimenta la burocrazia, arricchisce la cattiva politica. Si può tentare di procedere con i gradualismi, eliminando un’autorizzazione, una licenza, saltando un grado, ma è sempre troppo poco: come svuotare il mare con un bicchiere. Il nodo di Gordio, la metafora millenaria della semplificazione, non si scioglie ma si taglia con un colpo di spada. Non ci sono alternative: la maglia delle regole che pesa sull’economia e la soffoca, cresciuta a dismisura negli ultimi tre decenni e aggrovigliata dalla moltiplicazione delle competenze – centrali, regionali, provinciali, comunali -, è ormai divenuta tanto soffocante da creare un nuovo Medioevo. Nel Medioevo tutta l’economia era bloccata da dazi e pedaggi d’ingresso e d’uscita, alle porte delle città, nei porti, sui valichi: in Europa pensano che “accisa” sia una parola inglese, “excise”, invece è una parola che viene dal Medioevo e significa “incidere”; se portavi un tronco appunto te lo incidevano, se portavi un sacco di grano ne prelevavano un tanto, se portavi un salame te lo tagliavano. Come il Medioevo era bloccato e fu superato d’un colpo dall’illuminismo giuridico che poi prese forma nella semplicità dei grandi codici borghesi, base dello sviluppo industriale, così il territorio attuale è popolato da un’infinità di totem giuridici o “democratici”, per cui un consiglio di quartiere blocca un Comune, un Comune blocca una Provincia, una Provincia blocca una Regione, una Regione blocca lo Stato e i Verdi o i ricorsi al Tar bloccano tutto»

Ma in Italia le liberalizzazioni le ha fatte il centrosinistra.
«Le lenzuolate di Bersani ci sono ancora, non sono state abrogate, ma tuttavia pur nella loro generosa intenzione sono servite a poco, proprio perché erano disegnate all’interno del sistema. Nessuna persona normale ci capisce nulla; figurarsi che messaggio passa dai geroglifici della gazzetta ufficiale a un artigiano nel suo laboratorio, a un giovane che vuole aprire una pizzeria. Per due o tre anni, per una finestra straordinaria di tempo se si vuole uscire dalla crisi, è inutile prendersi in giro, è inutile illudersi che l’eliminazione di un pezzo qua e un pezzo là possa produrre l’effetto spinta necessario per rimetterci in pista nella globalizzazione. Una cosa che vorrei fare è quella che ho indicato nel ’97 ne “Lo Stato criminogeno”: una norma “rivoluzionaria” per cui “tutto è libero tranne ciò che è vietato dalla legge penale o europea”. Per due o tre anni».

Ma richiederebbe una modifica della Costituzione.
«Probabilmente sì. E io, oltre a proporla, vorrei essere tra i firmatari di una legge di riforma così fatta».

ARTICOLI CORRELATI
Un addio al modello sociale europeo
di Franco Debenedetti – Il Corriere della Sera, 02 giugno 2010

L’Imperatore dei marziani
di E.I. Zamjatin – Italia futura, 31 maggio 2010

Invia questo articolo:
  • email



Stampa questo articolo: